La solitudine del lettore. Alla ricerca della parola perduta

Paolo Patuelli

«Ma che c’entrano i soldi coi libri? Soldi e libri, purtroppo, appartengono a due universi diversi, non comunicanti»

Da una lettera di Italo Calvino a Leonardo Sciascia

Introduzione

Al centro della società contemporanea è oggi collocato l’‘individuo’. Un tempo non era così: il gruppo di appartenenza, o meglio, quella che chiamavamo ‘comunità’, definiva le sorti e il percorso di vita di ognuno. Oggi di questa comunità, parafrasando Zygmunt Bauman, rimane solo il mito ed il desiderio, per alcuni, che essa si riveli nuovamente in un tempo futuro non identificabile. Si potrebbe dire che, finita l’epoca della comunità, l’uomo occidentale sia rimasto solo di fronte alla possibilità di auto-costruirsi il proprio destino. Gli individui agiscono, lottano e si sforzano di fare della propria vita un’unica e singolare avventura, condizionata solo dalle proprie decisioni: è la società delle ‘infinite possibilità’ dove ad ognuno è consegnata la proprietà esclusiva della propria biografia.
Nella società delle infinite possibilità, l’individuo è spinto a ‘divenire sé stesso’, affrontando  in ogni momento e a viso aperto il ‘cambiamento’ e sfruttando al meglio i margini di libertà che la vita gli concede. Muovendosi in una realtà globalizzata, i confini delle nostre possibilità si allargano. Di conseguenza, ‘ciò che potremmo essere’ entra in contrasto con i limiti dati dal vivere quotidiano dettati da tempo, risorse materiali ed immateriali di cui disponiamo per sviluppare il nostro progetto di vita. Nel contrasto tra libertà di scelta e confini del quotidiano, si realizza colui che è in grado di saper coniugare con flessibilità[1] la conoscenza acquisita (l’immateriale) ed il capitale materiale a sua disposizione. André Gorz, sociologo e filosofo francese scomparso recentemente, mette in luce come, ad una progressiva valorizzazione del capitale immateriale dato dalla conoscenza corrisponda un arretramento del capitalismo basato sul possesso dei mezzi di produzione.[2] Questo arretramento del capitalismo classico è in realtà una trasformazione e un affinamento di meccanismi produttivi in atto da secoli che sino ad ora non avevano considerato la conoscenza, il sapere comune e individuale come risorsa sfruttabile.
La capacità creativa di ogni individuo, in particolare, è la risorsa sulla quale il mondo produttivo investe oggi e investirà sempre più in futuro. Un’economia capitalista  in crisi come quella attuale, non può che investire in creatività e buone idee da trasformare in copyright per continuare a fare  business. Le antenne della produzione dovranno allungarsi per raggiungere colui che darà vita alla prossima geniale innovazione, meglio se applicabile nel settore della tecnologia multimediale. Giovani menti, probabilmente chiuse nelle loro piccole stanze di uno studentato universitario, attendono di essere raggiunte da un’industria che investe su recettori di idee sempre più raffinati e pervasivi. Già da tempo, d’altronde, il mercato entra senza bussare nella quotidianità delle persone attraverso le proprie merci che, non solo dobbiamo acquistare, ma alle quali dovremmo anche affezionarci. A chi, in qualche modo, non mostra fede al marchio, al prodotto, non verrà concessa l’opportunità di diventare protagonista dell’unica vita possibile: quella del consumatore. La crisi attuale, come quelle passate, più che dimostrarsi un’opportunità per liberarci dalle forme di alienazione date dal consumismo (sino ad ora c’è riuscito solo qualche benestante che ha sposato le teorie della decrescita), sta semplicemente ridimensionando le possibilità di vivere a molte persone con la perdita di posti di lavoro ritenuti superflui.
In questi tempi limitare i consumi per alcuni è un atteggiamento scelto e consapevole, ma per la maggioranza vedersi ridotte le capacità di acquisto è una dannazione che poco ha a che fare con la volontà delle persone di continuare a consumare. Che si proponga a breve un ridisegno in senso ecologico di quella mappa dei desideri e dei bisogni delle persone che Maslow aveva rigorosamente costruito,[3] non è per nulla scontato. Piuttosto è più probabile che assisteremo ad un aumento della conflittualità  tra chi, con affanno e paura, cercherà di mettersi in salvo seguendo la massima popolare: mors tua, vita mea. Una guerra tra poveri, per poter mantenere il proprio ruolo di consumatore e la dignità necessaria per non uscire dal circolo vizioso costruito da un mercato che sempre più cerca di identificarsi come l’unico spazio di socialità possibile. In epoche come l’attuale, aiutare chi produce a migliorare il proprio prodotto con le nostre idee di consumatori fedeli, è un’opportunità occupazionale, anzi di più: è un’operazione che assume i contorni della filantropia. I beni di consumo, in quanto necessari alla sopravvivenza della nostra identità, diventano  beni pubblici. Investire su di essi la nostra creatività è un dovere, quando anche il semplice barattolo di una bibita aspira a diventare bene pubblico al pari dell’acqua.
L’ambiente ideale per il mercato che vuole radunare attorno a sé i suoi fedeli è la rete. Dentro la rete costruita dalle nuove tecnologie, ognuno ‘potenzialmente’ può sviluppare la propria creatività e contemporaneamente sentirsi parte di una comunità. Esporsi nel mondo virtuale, inoltre, permette alle menti creative  di essere raggiunte dai nuovi mecenati del mercato e allo stesso tempo è fonte di gratificazione per ogni individuo che volesse in qualche modo rendersi visibile pubblicamente. E’ la cultura del social network, dell’espressione di sé a tutti i costi, dove le opinioni personali, personalizzate e personalizzabili, assieme alle emozioni che le accompagnano (gli emoticon…), segnalano agli occhi indiscreti del mercato i nostri gusti e desideri. Tutta questa creatività e queste emozioni, libere di viaggiare in rete, in realtà sono imbrigliate nei soliti processi di riproducibilità industriale. Il mercato che si sposta sempre più nella rete, vive e si sviluppa su questo vincolo di reciprocità con il consumatore, illudendolo di realizzarne i desideri più reconditi: sempre che egli accetti di affidare a lui il compito di dare forma ai suoi sogni.
La falsa reciprocità costruita tra mercato e consumatore dentro la rete governa i processi produttivi attuali e porta con sé trasformazioni radicali nel linguaggio delle relazioni umane vissute nel quotidiano. In una società come questa, iper-consumista, la relazione ha un valore se giocata nell’hic et nunc. Le forme di comunicazione che faticano a muoversi ‘nell’immediatezza’ e coloro che le utilizzano, perdono, oggi, sempre più terreno. Raimon Panikkar, pensatore eclettico, afferma con estrema chiarezza come in questo tempo dell’eterno presente la parola stia perdendo il suo potere creativo.[4] La ‘parola’, nell’assenza di distanza spazio-temporale, abbandona il campo lasciando la comunicazione in balia  della sua ombra: il ‘termine’. E’ la parola che cerca di trattenere il suo significato nei confini di una relazione tra chi la pronuncia/scrive e chi la ascolta/legge di contro ad un linguaggio standardizzato fatto di concetti e schemi, costruito con il  fine di intrattenere. Luca Ricci, scrittore del panorama italiano recente, avverte i lettori dal rifuggire la logica del bestseller, dove al saper scrivere lo scrittore sostituisce la pianificazione del testo, il copia-incolla di concetti e trame risultate vincenti sul mercato. Evitare il bestseller, non è solo compito del lettore, ma soprattutto dello scrittore che «si siede davanti al computer pensando al mercato»,[5] sfornando libri ai quali i lettori dovrebbero abituarsi come al gusto di una bibita.
Il meccanismo che governa lo scrittore che aspira a raggiungere più lettori possibile è simile a quello di colui che, nell’incertezza di essere rifiutato dall’altro, usa un linguaggio ‘unidirezionale’, quasi scientifico per costruire informazioni su di sé certe che non lasciano all’interlocutore margine d’interpretazione. Lo spazio del ‘dubbio’ e della domanda che si restringe di fronte alla paura di perdere il controllo, uccide la relazione. Nella comunicazione quotidiana con il prossimo, spesso ascoltiamo un linguaggio asettico che assembla e riproduce termini, linguaggio al quale è difficile ribattere,  costringendoci nel ruolo di contenitori di informazioni delle quali non possiamo che prendere atto. Nel nostro tempo, forse, è concesso produrre un linguaggio nuovo solamente a quelle élites che si muovono nel mondo dell’informatica con la stessa agilità e, al contempo, noncuranza dei poeti. Per chi, come il sottoscritto, non ha né le doti creative del poeta e nemmeno quelle dell’informatico, non rimane che la passione nella ricerca della parola, nella relazione con l’altro e, nella solitudine, con i libri. La sensazione di chi scrive è che il libro, colpito dalla crisi della parola, non possa che chiedere aiuto al lettore e alla sua voglia di uscire dalla solitudine per ritornare a vivere nelle relazioni del quotidiano.

Consumare libri

Gli statistici, affannandosi a volte inutilmente sui numeri, confondono spesso le parole perché dietro di loro c’è qualcuno che gli chiede costantemente di farlo. Nei vari rapporti sulla lettura che circolano nella rete, ‘leggere libri’ è quasi sempre sinonimo di ‘comprare libri’. Siccome è da questi rapporti che prende corpo il grande gioco dell’editoria, accettiamo strumentalmente e momentaneamente la definizione di lettore/cliente che esce dal laboratorio statistico.
L’industria culturale di oggi ricerca in chi acquista libri, essenzialmente le sue potenzialità di consumatore, inquadrando il lettore/cliente come ‘consumatore di cultura’. Nel mondo del marketing, il consumatore di cultura si colloca come target di consumatore particolarmente avanzato, appartenendo ad una categoria di clienti che trova un’identificazione particolare con i prodotti che sceglie di acquistare. Alla lettura di libri e quotidiani, alla partecipazione ad eventi culturali si affida spesso il valore di informare l’altro su chi siamo, ‘diciamo di essere’ o vorremmo essere (una nostra possibile identità), in altre parole, tramite ciò che leggiamo, diamo conto all’altro dei nostri gusti più intimi. I consumi culturali sono quindi legati alla definizione che vogliamo fornire della nostra identità. Paolo Jedlowski a questo proposito afferma: «[…] il consumo culturale assume la valenza di esprimere l’identità del soggetto […] dal momento che l’identità si costruisce in relazione ai modelli di significato disponibili entro una cultura e veicolati – fra l’altro – dai prodotti culturali disponibili».[6]
In una logica di tipo mercantile, il libro rientra fra le tante ‘protesi’ di cui l’uomo contemporaneo deve dotarsi per costruire identità (di consumatore) e autostima (di consumatore), da spendere all’interno di confini sufficientemente labili da essere accessibili alle nuove proposte del mercato editoriale. Il libro, più della musica e del teatro, perennemente in crisi e quindi vivi, si presta a svolgere questo compito proprio perché, con la sua lettura, viene a crearsi con esso un dialogo di profonda intimità. Dobbiamo aver fiducia nei libri perché parlano di noi, anzi ad ognuno di noi e ci accompagnano come vademecum, facilmente accessibili, nel nostro cammino verso la felicità. Ancora Bauman ci viene in aiuto ricordandoci come, nella logica della società dei consumi, la condizione necessaria affinché l’individuo possa avanzare nella ricerca della propria felicità si ottiene: «sezionando la vita in episodi, suddividendola in periodi di tempo il più possibile circoscritti e autonomi, ognuno con la sua trama, i suoi personaggi e la sua fine».[7] Ad ogni segnale di cambiamento, ecco che l’editoria ci fornisce un supporto utile per superare senza traumi e con maggiore competenza il prossimo passo. E’ l’esplosione del ‘come fare per’ della manualistica, della saggistica specializzata, dei ricettari e dei prontuari.
In definitiva, l’acquisto di libri, che per il mercato è sinonimo di lettura, è un’attività di consumo che può, anzi deve, dare informazioni sull’universo ‘simbolico’ nel quale l’individuo si colloca. Il libro, per noi spazio intimo dove ricerchiamo un possibile dialogo con il testo, è per il marketing un buon supporto attraverso il quale è possibile stabilire una comunicazione con il consumatore per diffondere messaggi pubblicitari. Vanni Codeluppi ci ricorda come: «in alcuni casi le aziende hanno commissionato vere e proprie opere letterarie».[8] Lo stesso autore cita il caso di Matilde Serao che, all’inizio del secolo scorso, scrisse per la società Bertelli un romanzo – Fascino muliebre – sui prodotti di bellezza dell’azienda, mentre Massimo Bontempelli nel 1931, su incarico della Fiat, dedicò il romanzo 522 - Racconto di una giornata – al nuovo modello di automobile, di cui racconta, umanizzandola, le prime ventiquattr’ore di vita.[9] Oggi, al modello proposto da riviste e quotidiani, insieme ai quali è ormai prassi consueta abbinare supplementi costruiti a scopo puramente promozionale per vari prodotti di consumo, si affianca sempre più una letteratura di intrattenimento pensata e costruita attorno a vere e proprie operazioni industriali.
Allo stesso modo, eventi culturali che si appoggiano sul potere aggregativo del libro come premi letterari e manifestazioni pubbliche (ad es.: il Festival della letteratura che ogni anno si celebra a Mantova o quello della filosofia di Modena), affiancano all’opera di dare spessore alla vita culturale di una città e/o a comunità virtuali riunite a celebrare la stessa passione, sponsorizzazioni che entrano prepotentemente a determinarne anche i contenuti. Il doppio filo, che oggi lega la produzione culturale e artistica in genere alle regole del mercato, invade quelle pratiche che aspirano ad assumere il valore di ‘esperienza’. Scrivere, leggere, ascoltare e fare musica, assistere ad uno spettacolo teatrale sono espressioni umane soggette allo stesso trattamento riservato a semplici ed immediati atti di consumo. I tempi, i modi e i luoghi sono regolati e progettati affinché il mercato possa costruire attorno a questi gesti, che un tempo avevano una dignità diversa, target di consumo ai quali rivolgere i propri prodotti. Librerie, teatri, musei, concerti si trasformano in sale degli specchi dove ognuno può ritrovare la propria immagine, senza accorgersi che c’è sempre qualcuno che lo guarda da dietro lo specchio.

La solitudine del lettore

La società che cambia porta con sé un cambiamento radicale nell’atteggiamento verso la lettura. Non avendo dati statistici a disposizione, parlando di lettura dovrò barcamenarmi tra le mie opinioni personali. Quello che percepisco è che si sia perso ogni riferimento a ciò di cui parla T.S. Eliot quando, disegnando la figura del poeta-artista, richiama questo ultimo ad agire all’interno di una “consapevolezza del passato in un senso e una misura mai raggiunta”.[10] Si tratta dell’aggancio con la tradizione necessario per procedere al suo superamento. Benjamin, negli anni di poco successivi all’uscita dei saggi di critica di Eliot, ha fornito l’analisi definitiva sulla fine dell’esperienza come tradizione (Erfahrung): l’uomo moderno entra nell’era dell’eterno presente (Erlebnis) dove regna la riproducibilità.[11] La fine delle narrazioni a sua volta trascina con sé nell’oblio l’esperienza della memoria.
Soffermiamoci sull’esperienza della lettura: di quale esperienza e di quale memoria parliamo quando ‘siamo’ o ci sforziamo di essere lettori e non consumatori di libri? Probabilmente, in quei momenti affrontiamo la ricerca di quella esperienza e di quella memoria che gli studiosi definiscono ‘collettiva’.[12] Nei troppi libri che si sfornano quotidianamente  non troviamo più traccia di questa esperienza, se non forse nei saggi, dove la parola lotta per non farsi ‘termine’, concetto arido senza vita. Il singolo lettore alla ricerca della parola non ha alleati, se non appunto quando trova sul suo percorso un ‘saggio’. Rimane spesso solo nel coltivare nella lettura l’esperienza di ricerca di un senso collettivo. Le narrazioni dei libri di oggi, non vogliono parlare a ‘tutti’, come un tempo, quando si scriveva a prescindere dall’industria editoriale o quando quest’ultima era governata con molta più sensibilità di quella attuale. Gli scrittori, assoggettati alle regole del mercato, cercano ‘noi’, come abbiamo detto precedentemente: ognuno di noi. La sensazione è che il mercato abbia intuito che i costi personali di un’analisi siano spesso troppo onerosi per il consumatore in crisi e, a chi volesse un minimo supporto come terapia per l’autostima e l’angoscia è cosa buona e giusta supportarlo con i libri.
La costruzione di una dimensione privata e intrapsichica della lettura è il risultato dei processi di individualizzazione di paure che solo la parola che crea relazione può superare. Ricreare valore politico della parola scritta, significa rompere l’incantesimo lanciato da un’editoria che parla alle menti e non alle persone. Il secolo scorso, d’altra parte, aveva portato sul palcoscenico l’‘io’ e l’invenzione dell’inconscio, dando vita alla pratica psicoanalitica in senso prima sperimentale e rigoroso, poi sempre più con uno sguardo ai possibili sbocchi sul mercato. Questo passaggio ha tolto spessore e rilevanza sociale/politica alle pratiche di auto-coscienza individuali (sempre più relegate ad un ambito spirituale, sottoposto ora a mercificazione anch’esso). La letteratura ha sempre rappresentato il supporto ideale a queste pratiche di auto-coscienza. Le opere monumentali di Proust, Joyce e Musil,  nel tempo, non hanno perso nulla del loro valore, proprio perché hanno raccolto il potenziale eversivo del messaggio  psicanalitico traducendolo in parola. L’individuo descritto in questi testi, non è solo in se stesso e per se stesso ma, come vuole la psicanalisi più vera: l’individuo è nella società e la società è nell’individuo.
Attualmente, quanto sia interessato il lettore di oggi ad uscire da una dimensione privata e psichica, liberandosi da quei meccanismi di auto-cura creati da coloro che hanno prodotto la malattia (i mercanti delle parole ‘ad uso e consumo’),  non è dato saperlo. Certo è che questa è una domanda che può porsi solo chi crede ancora nel potere ‘eversivo’ della parola. Quello che ci è dato di vedere è che ora, dopo esserci analizzati con il fai da te, chi più chi meno un po’ tutti quanti, è sempre più difficile abbandonare l’oggetto-libro. In fondo è utile tenere in bella vista e sempre a portata di mano questi oggetti, è rassicurante sfogliarne il contenuto quando cerchiamo risposte a domande che non hanno risposta. Nella quotidianità è ormai diffuso citare il contenuto rimasticato di ‘questi’ libri tra le calde mura del salotto mentre nelle librerie, o meglio, nelle biblioteche, qualche saggio scritto da saggi e qualche classico rimane lì, immobile. I libri forse dovrebbero essere monito per i posteri, ma di questi ancora non sappiamo chi se ne occuperà. Per il lettore e per lo scrittore, vivente, che volesse avventurarsi nel sentiero verso l’uscita dal labirinto della propria solitudine globale il  rischio è sempre quello di non trovare nulla una volta fuori.

Epilogo

In un libro-intervista Ermanno Olmi, avverte: «Se non è l’uomo a dar voce ai libri, i libri rimangono muti, e perciò inutili».[13] E’ vero, i libri da soli non parlano. In esergo al film Centochiodi, lo stesso Olmi, ricorda che i libri sono pur ‘necessari’. L’oggetto libro, creazione del soggetto-scrittore, attende di essere letto per prendere vita dalla lettura di qualcuno che ne avverta la necessità. Siamo di fronte all’atto creativo di una relazione. Infatti, senza l’uomo che scrive non c’è libro, ma senza l’uomo che legge, il libro che cos’è? Il lettore che non sente la necessità di ricercare questa relazione nei libri, cerca lo scrittore che vuole rivolgersi a tutti, quel tipo di scrittore che presenzia di fronte al proprio testo sui teleschermi, con l’ansia e l’autocompiacimento di chi ha creato il proprio scritto a propria immagine e somiglianza. Le stesse sensazioni vissute dal lettore/consumatore che, ascoltando lo scrittore nella sua esplosione narcisistica, crede che ciò che legge, o meglio leggerà, sia stato scritto solo per lui. Scene e rappresentazioni mediatiche di un invito all’acquisto travestito da invito alla lettura. Lo scrittore che non ricerca una relazione con ciò che scrive prescindendo dal numero dei suoi lettori, dimentica che le sue parole, una volta scritte, non gli appartengono più e che è il lettore, nell’incontro con il testo, colui che può ridar vita alla parola scritta, assumendosi un compito che Ezio Raimondi definisce di natura etica.[14] I libri sopravvivono agli scrittori attraverso coloro che li leggono: il lettore ha la grande responsabilità di superare la propria solitudine per svolgere quel lavoro di tessitura di una memoria collettiva che il mercato gioca a decostruire creando scenari ambientati in un eterno presente che non ha nulla, o quasi, di umano.

[1] Il concetto di flessibilità, o meglio di capitalismo flessibile, introdotto negli anni ’90 negli Stati Uniti, si riferisce a quel processo in ambito economico e sociale di cambiamento verso un alleggerimento dei vincoli che legano gli individui alle istituzioni di appartenenza (lavoro, famiglia, Stato, etc.). Richard Sennett, sociologo statunitense, ha analizzato a fondo le conseguenze della flessibilità nella vita delle persone nel suo testo intitolato: L’uomo flessibile, 1999.
[2] A. Gorz, L’immateriale, 2003.
[3] Tra il 1943 e il 1954 lo psicologo statunitense Abraham Maslow concepì il concetto di “Hierarchy of Needs” (gerarchia dei bisogni o necessità) e la divulgò nel libro Motivation and Personality del 1954.Questa scala di bisogni è suddivisa in cinque differenti livelli, dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell’individuo) ai più complessi (di carattere sociale). L’individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo.
[4] R. Panikkar, Lo spirito della parola, 2007.
[5] Le parole di Luca Ricci sono tratte da un’intervista al settimanale Il venerdì, allegato al quotidiano La Repubblica del 16/10/2009.
[6] P. Jedlowski, Fogli nella valigia, 2003, p. 71.
[7] Z. Bauman, L’arte della vita, 2009, p. 20.
[8] V. Codeluppi, Il biocapitalismo, 2008, p. 72.
[9] ivi, p. 72.
[10] T. S. Eliot, Il bosco sacro, 2003, p. 72.
[11] W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 2000.
[12] Sul tema della memoria come esperienza collettiva suggeriamo la lettura dei testi del sociologo Paolo Jedlowski, in particolare: Il sapere dell’esperienza, 2008. Questo libro, uscito nel 1994 per Il Saggiatore e oggi reperibile in una riedizione ampliata, è un’opera che descrive con notevole sensibilità il percorso di elaborazione della memoria in esperienza nella vita quotidiana.
[13] E. Olmi, Il sentimento della realtà, 2008, p.17.
[14] E. Raimondi, L’etica del lettore, 2007.

Bibliografia

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