L’appuntamento

Luca Lenzini

In epigrafe all’ultima raccolta di versi di Michele Ranchetti, pubblicata postuma nel 2008, Poesie ultime e prime,1 si legge un aforisma che recita: «Vi sono più testamenti che eredi». A cosa allude, nella perentoria formulazione, la sentenza? Estratta dal contesto, ovvero da un libro di poesie che è a sua volta una meditazione sulle cose ultime, essa può esser letta in sintonia con altri luoghi della tarda produzione saggistica di questo intellettuale, uno dei più originali e meno classificabili ad aver agito nella seconda metà del Novecento (storico della religione, interprete di Freud, Wittgentstein, Benjamin, traduttore di Rilke e Celan, poeta e pittore). Luoghi che s’interrogano, con insistenza, sul tema della fine o, più precisamente, dell’interruzione, osservato sotto vari punti di vista (esistenziale, filosofico, culturale).2 Nel testo che s’intitola Sulla vita interrotta (1996) si parla, in particolare, della «modalità dell’interruzione» che investe «il senso dell’appartenenza ad un processo o ad un disegno»:
Il processo, o almeno lo scorrere della vita porta con sé un insieme di elementi: oggetti e figure, paesaggi veri o di memoria, forme della cultura, nomi etc. Ma, e questo avviene soprattutto in età adulta, non si sa come e perché questo processo per il singolo che vi prende parte si interrompe, o meglio si interrompe la sua appartenenza ad esso. E come chi resta vede allontanarsi la nave dal molo e la distanza viene crescendo ma è in qualche modo da subito impercorribile e definitiva; così ciò che fa parte del processo (figure e tutto il resto) si distacca dal singolo per acquisire una definitiva incomprensibilità, un’estraneità indifferente. In modo ancor più grave e doloroso, l’interruzione della vita si ha allorché il singolo percepisce che il disegno dell’esistenza in cui aveva creduto, o almeno di cui faceva parte tanto certa quanto inconsapevole, semplicemente non esiste: egli è appunto un singolo, fuori del tempo della storia – che non esiste –, e fuori dal tempo messianico in cui si era mosso, quasi senza saperlo. L’arresto, in questo caso, corrisponde al “tempo della fine”.3
In questo brano la riflessione è offerta in tono oggettivo, impersonale: interruzione, cesura, distacco, arresto non sono però termini astratti, bensì varianti e forme dell’esperienza, e queste appartengono ad una dimensione soggettiva, in primo luogo, ma anche ad un dato fondale storico, che Ranchetti ha ben presente: è lì, nel punto d’intersezione di una biografia – individuale ma anche di una generazione, o parte di essa – con la storia di tutti che il «disegno» a cui il soggetto sente di appartenere viene meno, ed egli si scopre, con dolore, irreversibilmente «singolo». Si noti il richiamo conclusivo al «tempo messianico», ed il risvolto esplicitamente apocalittico di tale esperienza dell’interruzione (vi si può cogliere una eco dei lavori di Ernesto De Martino sulla ‘fine del mondo’).4
Su questo nesso – disappartenenza, assenza di «disegno», messianismo – tornerò più avanti. Intanto osserverò che, se stiamo agli anni in cui scrive Ranchetti, e guardiamo – forzando, ma forse non troppo, il suo testo – al campo della letteratura, in Italia di casi di testamenti senza eredi se ne possono citare diversi. Tra l’ultimo scorcio del XX e l’inizio del XXI secolo, come in una sinfonia degli addii, sono infatti venuti a mancare uno dopo l’altro scrittori, poeti e intellettuali come Volponi, Fortini, Cases, Timpanaro, Garboli, Pintor, Baldacci, Raboni; ognuno dei quali (pur tra loro diversissimi) ha intrecciato la pratica della scrittura con una militanza tanto più proficua, in quanto esente da obbedienze e conformismi. E ad ogni partenza si è assistito al rito delle esequie mediatiche, alla proliferazione dei coccodrilli giornalistici, alla celebrazione di mitologie infarcite di aneddoti leggendari, ad accorati o tartufeschi obituaries: sui moli affollati, insomma (per restare alla metafora di Ranchetti), un gran parlare di lezioni e di lasciti, ma non si sbaglia a dire che, non appena le navi di costoro furono salpate, la distanza che le separava dalle nostre sponde apparve «da subito impercorribile e definitiva»; e non per il motivo addotto dagli officianti, rapidissimi a dichiarare ‘inimitabile’ e anzi ‘ultimo grande del Novecento’ ognuno degli scomparsi, ma in quanto il distacco avveniva in un momento di trapasso che esigeva una forma di ambigua e cinica rimozione. Non si trattava, cioè, di un semplice ricambio generazionale, ma di un passaggio ‘epocale’ e come tale vissuto. A conti fatti, si sapeva fin troppo bene che alla riverenza ed al fervido omaggio a quegli ‘ultimi’ corrispondeva, da tempo, l’accantonamento mascherato nella definizione di ‘classico’: il moltiplicarsi di contributi specialistici e l’affaccendarsi di suscettibili adoratori puntava precisamente ad una forma di liquidazione che vedeva appassionatamente alleati l’industria culturale e l’accademia.
Nel mentre, infatti, trionfava il Pensiero Unico, si celebrava la Fine della Storia, furoreggiavano New Economy, Turbocapitalismo e Globalizzazione: a farla breve, per usare le indelebili parole di Elias Canetti per gli anni di Thatcher, «all’improvviso era doveroso abbandonarsi a tutto lo schifo che l’uomo è per sua indole, ma cui fino ad allora aveva dovuto rinunciare». 5 Ed era per l’appunto questo clima, venuto giù il Muro ed assurto il Profitto ad unico vangelo, a decretare l’irreversibile deriva dei ben canonizzati estinti: ormai era tempo di farla finita con le ideologie, le utopie e quant’altro – oscuri retaggi di cui liberarsi – aveva loro intorbidato la mente. L’aura della sconfitta poté conferire un opportuno pathos agli addii, ma l’agenda della nuova epoca, battezzata (in mancanza di meglio) ‘post-moderna’, era già organizzata, e non c’era spazio per indugi novecenteschi. Il momento più imbarazzante doveva comunque seguire, e fu quando – poiché la scena culturale bisognava pur riempirla e si dovevano creare personaggi, fabbricare ‘casi’, suscitare dibattiti – toccò farsi avanti alle nuove leve, sia quelli rimasti sino ad allora nell’ombra dei maggiori, sia quelli delle generazioni successive, giunti al crinale del millennio nella stagione della maturità («Ripeness is all»).

2. Non un testamento ma una lettera aperta è l’ultimo testo pubblicato da Franco Fortini, nel novembre del ’94 (or sono quindici anni), indirizzato ad una assemblea che all’ordine del giorno aveva posto “la libertà dell’informazione”. Era da poco Presidente del Consiglio dei ministri l’attuale premier: «Scade il primo semestre – scriveva in chiusa Fortini – di chi ha preso il potere, come tanti altri, legalmente, coi voti di un terzo degli elettori, ossia giocando con la manovra della informazione e la debilità culturale ed economica di tanti nostri connazionali e, perché no, con la nostra medesima».6 Trascrivo il brano centrale della lettera:

Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza.
Chi finge di non vedere il ben coltivato degrado di qualità informativa, di grammatica e persino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video, è complice di quelli che lo sanno, gemono e vi si lasciano dirigere. Come lo fu nel 1922 e nel 1925.
Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa. Sono vecchio abbastanza per ricordare come tanti padri scendevano a patti, allora, in attesa che fossero tutti i padri a ingannare tutti i figli. Cerchiamo almeno di diminuire la quota degli ingannati. ripuliamo la sintassi e le meningi. Non scriviamo un articolo al giorno ma impariamo a ripeterci, contro la audience e i contratti pubblicitari. Diamo esempio di “cattiveria” anche a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della TV, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi.7
Non si può dire che l’appello e le intuizioni di Fortini abbiano trovato molta attenzione. Anzi è da osservare che i «canali di storica vigliaccheria mascherata di bello spirito» a cui nel ’94 egli accennava a proposito degli addetti alla ‘comunicazione’ si sono poi gonfiati all’inverosimile, coadiuvati da una «debilità culturale» lautamente sponsorizzata; ma lo spunto di Fortini è tanto più significativo, storicamente, perché a tutto campo, orientato su più versanti. A strepitare contro il protagonista-simbolo della scena italiana, Berlusconi, e il suo vistoso ‘conflitto d’interessi’, son stati in tanti (e per anni, vanamente): indignazioni pugnaci, vivaci stupori e stizzite ironie per l’inciampo (l’«anomalia») sulla via della Compiuta Democrazia costituito da un tal personaggio, in apparenza uscito da un mediocre fumetto, tuttavia fornirono (e forniscono) un ottimo alibi per coprire il carattere subalterno, funesto e acritico del progetto di ‘modernizzazione’ proprio dei suoi oppositori. Al chiasso sul personaggio corrispose (e corrisponde) il gai renoncement (l’espressione venne in uso in Francia negli anni Ottanta): ovvero l’abdicazione alla riflessione critica ed all’interpretazione della società, in rapidissimo mutamento. Lucidamente e duramente, invece, la critica di Fortini aveva per bersaglio non solo l’uso dei media da parte dei proprietari dell’informazione, e l’inadempienza del ceto intellettuale a cui egli stesso apparteneva, ma anche i «capi» dei ‘lavoratori’, cioè di coloro che avrebbero dovuto tutelare diritti e futuro della parte in ombra – di qua dagli schermi – della società. Proprio per questo oggi possiamo usare l’amaro congedo di «un intellettuale, un letterato, dunque un niente»8 come il punto in cui fissare il goniometro per tracciare la circonferenza del discorso sulla fin de siécle e quanto di miserabile ne è seguito, fino ai nostri sordidi giorni: non vi fu soltanto la «manovra» gestita con i media (che dura tuttora, e quanto…), né solo l’«oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù» (poi senza freni): ci fu anche l’uso di «antichi striscioni» per illudere i lavoratori, quindi per ingannarli, da parte dei loro capi; ed oltre alla complicità di chi fece finta di non vedere, vi fu (e c’è) una condivisione, una cultura comune, una unica mission (un unico partito, infine: con doppio inganno, quindi, di chi ‘sta in basso’, in strada e in piazza imbrogliato con segnali di una continuità illusoria, ed a casa sempre più omologato a chi crede di combattere). 9

3. C’è un qualche rapporto tra le osservazioni ‘estreme’ di Fortini e lo scenario delineato da Ranchetti nelle sue riflessioni Sulla vita interrotta, del medesimo giro di anni? E c’è un nesso tra la bulimia consumistica, la riduzione della cultura a passatempo (puerile o colto, non importa) e la bancarotta intellettuale che hanno caratterizzato il paesaggio dell’ultimo ventennio?

Non è da dubitare che l’insieme di questi fenomeni abbia contribuito in modo decisivo alla solitudine di coloro che alla ‘battaglia delle idee’ avevano dedicato gran parte dell’esistenza, facendo loro avvertire brutalmente il cambiamento; ma soprattutto, occorre riflettere sul parallelo tra quei fenomeni e il radicalizzarsi e ampliarsi dell’abisso che separa chi detiene ricchezza e privilegi (anche in modesta, ma decisiva, percentuale) e chi no: se si vuole misurare e comprendere il senso profondo dell’interruzione di cui parla Ranchetti, è forse proprio in quell’abisso che si deve guardare, poiché è quello il luogo in cui il rifiuto del lascito tragico del Novecento, ancora aperto e irrisolto, fa tutt’uno con l’acquiescenza all’imbroglio mediatico del presente.
Fortini voleva spingere la coscienza: agli «estremi». Ma come il Post-moderno tradisce intenzionalmente la speranza di emancipazione della Modernità, così la ‘società dello spettacolo’10 si forma per impedire proprio questo: non tanto, cioè, per occultare la lampante verità della disuguaglianza e dell’ingiustizia, che in corrispondenza del suo affermarsi ingigantiscono, ma per farla accettare come l’ordine naturale delle cose (l’uomo essendo naturaliter, s’intende, uno «schifo»). Ed anche l’accenno di Ranchetti al «tempo messianico» si può capire meglio, se lo collochiamo all’interno di questa cornice: per lui, che nel ’97 aveva procurato una splendida edizione delle note di Walter Benjamin Sul concetto di storia, la «definitiva incomprensibilità» e l’«estraneità indifferente» del soggetto scivolato «fuori della storia», non erano che la conseguenza dell’instaurarsi di un tempo unico, di un presente senza direzione né speranza. Lo s’intuisce da versi come questi (che sembrano replicare, a distanza, ad altri di Sereni):
Il tempo dell’istante
senza seguito d’anni ma di istanti
a non comporre né il giorno né l’ora
solo un presente senz’ombra
di presente.11

Si potrebbe interpretare il tempo evocato qui da Ranchetti come il rovescio del tempo messianico. Piatto, unidimensionale, esso si qualifica solo in negativo: senza passato né futuro – poiché l’uno non è che l’estensione dell’altro -, neanche indica una perdita ma, al di qua di ogni «trascendimento» (con il termine che De Martino usò nei suoi studi sulle “apocalissi culturali”), risolto in se stesso, intransitivo. Tale è il tempo che viene dopo i dissolti miti, o ‘narrazioni’, della Modernità: se gli antropologi ci hanno parlato dei «non-luoghi» (di cui le «piccole patrie» sono il corrispettivo), questo è forse il ‘non-tempo’, la scena predisposta per le nostre esistenze.
Quanto a Benjamin, si rammenti, però, a questo punto, quel che scriveva nel secondo paragrafo di Sul concetto di storia (1940), di tutt’altro segno (il passo è assai noto, ma conviene rileggerlo):
Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? […] Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una debole forza messianica, a cui il passato ha diritto.12
Precisiamo: il passato di cui si parla in questo brano non è un passato generico, indifferenziato. È il passato degli sconfitti dalla storia, di chi è stato ridotto al silenzio, la parte muta dell’umanità; quella parte a cui il futuro è stato sottratto, così rimanendo inespresso, possibilità negata ma non per questo condannata per sempre. Raccoglierne l’eco, decifrarne i segni (aperture, germi di un futuro diverso) nel presente è il compito del vero storico secondo Benjamin: compito che tende quindi a spezzare il continuum stabilito dai vincitori, a cui si dà il nome di Progresso. Qualcosa del genere, un mandato analogo hanno sentito a lungo come proprio non solo intellettuali e scrittori, ma molti «prima di noi». Non è l’«impegno» di cui si favoleggiò un tempo, né l’adesione ad una concezione fideistica della storia: bensì qualcosa, eredità, sogno o promessa, di non arreso, un vincolo di cui ancora si avverte l’eco cogente in Aracoeli di Elsa Morante, in Petrolio di Pasolini come in Composita solvantur di Fortini. Opere estreme e inconciliate; testamenti senza eredi.

4. «È spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il nome della rosa di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dell’espressione, è finita. E qualcosa d’altro, di barbarico, è nato». Il libro in cui si leggono queste parole s’intitola I barbari. Saggio sulla mutazione: per l’autore, Alessandro Baricco, i «barbari» sono coloro che vengono dopo la «civiltà della parola scritta e dell’espressione», e la «svolta» che si lascia dietro un tale arnese, colpito da irreversibile obsolescenza, è quella di chi scrive nella «lingua dell’impero», che si forma «in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo».13

Un autore che Baricco cita spesso e volentieri è Benjamin, ed anche se il lieve gas di euforia apologetica che circola nel suo saggio sulla «mutazione» sembra fare a pugni con ogni pagina scritta da quell’autore, tuttavia la descrizione della vittoria campale dei media e della generale conversione alle leggi del mercato, com’è offerta nei Barbari, non manca di spunti fedeli al vero. Del resto, Benjamin dev’essere per Baricco un antenato e un modello, in quanto «genio assoluto di un’arte molto particolare, che un tempo si chiamava profezia e che adesso sarebbe più proprio definire come: l’arte di decifrare le mutazioni un attimo prima che avvengano».14 Lasciamo perciò ancora la parola al nostro profeta last-minute, quando argomenta che
[…] se si accetta l’idea di una mutazione, e allegramente s’inclina a lasciarla passare, ciò a cui bisogna essere preparati è la perdita secca di qualsiasi gerarchia preesistente, la frana di tutta la nostra galleria di monumenti. Resterà in piedi qualcosa, certamente. Ma nessuno può dire, oggi, cosa. Tremerà la terra, e solo dopo, quando tutto si sarà fermato di nuovo nella bella permanenza di una nuova civiltà, ci si guarderà attorno: e sarà sorprendente vedere cosa è ancora là, dei paesaggi della nostra memoria.15
Ebbene, il quadro apocalittico non ci spaventa; anzi di fronte al panorama offerto dalla letteratura degli ultimi anni vien solo da sperare che la frana faccia presto il suo lavoro. Non aspettiamo di meglio che sorprenderci; ognuno, poi, faccia la propria scommessa su cosa resterà, e cosa no. In fondo, importante è che diminuisca la «quota degli ingannati»; e per il resto, possiamo persino concederci il lusso di credere che tra i più giovani vi sia chi già lavora non ad una merce preformata sulle esigenze dell’audience, ma ad un’opera – magari scritta, perché no, proprio nella «lingua dell’impero» – di quelle evocate da Proust nel finale della Recherche. Uno scrittore del genere, egli ammoniva, «dovrà preparare il proprio libro minuziosamente, con costanti raggruppamenti di forze come per un’offensiva, sopportarlo come una fatica, accettarlo come una disciplina, costruirlo come una chiesa, seguirlo come un regime, superarlo come un’ostacolo, conquistarlo come un’amicizia, supernutrirlo come un bambino, crearlo come un universo, senza trascurare quei misteri che probabilmente hanno la loro spiegazione soltanto in altri mondi e il cui presentimento è quel che più ci commuove nella vita e nell’arte…».16

5. Nel 1973 Fortini – concluderò con un altro commento – annotava in un quaderno di lavoro questo singolare appunto:

Nell’Evangelo cosiddetto di San Giacomo si narra che al momento della nascita del Salvatore, e per un momento, tutta la realtà naturale si arrestò, le persone e gli animali rimasero come impietriti nei loro moti, le nuvole e le acque sospese nella loro corsa. Questa interruzione nel corso del tempo accade, per le vite individuali, ogni qual volta, secondo l’antico detto popolare e cristiano, “passa l’angelo”, ossia si avverte, con un moto di gioia e di terrore che qualcosa si spezza, che un salto qualitativo si compie e l’attimo di sospensione permette una veduta sui due versanti del tempo.17
In questo passaggio, si può osservare, l’interruzione assume un significato opposto a quello che era indicato da Ranchetti in Sulla vita interrotta: come testimonia la fonte, l’appunto di Fortini guarda ad una forma di rivelazione, una irruzione del novum nel tempo; ma questa frattura, che per un attimo sospende il corso ordinario del mondo, non interessa come ipotesi salvifica, religiosa o metafisica, bensì come conoscenza, ed essa riguarda «le vite individuali». C’è una conoscenza che nasce dal discontinuo; ed è qualcosa che accade: che è accaduto e può ancora accadere. L’arresto che si dà nell’attimo schiude una nuova dimensione del tempo.
Vent’anni dopo aver annotato questo spunto, cioè all’epoca – la nostra – in cui i padri ingannano i figli, Fortini ha composto una poesia intitolata “E questo è il sonno…”, che chiude idealmente il suo itinerario poetico, e mette al centro del discorso – senza perciò nominarlo – il tema dell’eredità. È un testo quanto mai teso e concentrato, di recente fatto oggetto di un ampio e calibrato commento,18 che il poeta ha posto alla fine della penultima sezione di Composita solvantur (1994): mi limito a estrarne pochi versi, di sapore testamentario, senza seguirne il complesso percorso. Verso la conclusione della poesia Fortini scrive (il corsivo è del testo):
Di bene un attimo ci fu.
Una volta per sempre ci mosse.
Ecco qui, dunque, l’«attimo» come dimensione privilegiata e fondante dell’esperienza, se è di lì che si dà un cominciamento. Ed è quell’attimo verticale, assoluto – in cui irrompe l’elemento messianico – a stabilire, in Fortini, la direzione ed il corso dell’esistenza. I verbi all’aoristo del distico ora citato, però, sono incastonati in un appello-allocuzione declinato al presente, e come in suo controcanto. Infatti subito prima nel testo si legge:
Ma voi che altro di più non volete
se non sparire
e disfarvi, fermatevi.
E subito dopo:
Non per l’onore degli antichi dèi,
né per il nostro ma difendeteci.
Si presti attenzione: il «noi» appartiene al passato, il «voi» al presente. Quel voi siamo ‘noi’, e appunto noi riguarda lo sparire e il disfarsi. La furia di dissolvimento evocata dai versi non è un dato biologico, né una deriva dell’Essere: piuttosto, è il non volere né immaginare altro destino che quello già scritto per noi da altri, dai padroni della storia, dimenticando il «bene» (parola in cui risuona un elemento collettivo). Fermarsi, allora, vorrà dire – così, per prova, io leggo – prestare ascolto alle voci di cui parlava Benjamin, al futuro che non è stato e che talora è dato cogliere intorno a noi, nell’aria dove furono altri. Questo anche il senso del «difendeteci», in apparenza così strano in un autore per nulla indifeso come Fortini; e «Proteggete le nostre verità» è l’ultimo verso della poesia, altrettanto straordinario nella sua orgogliosa umiltà: un gesto da leggere in filigrana, sullo sfondo del lungo, zelante e duro lavoro di cancellazione e manipolazione della memoria svolto da chi ha scelto di far tacere per sempre ogni voce, ogni segno di dissidenza, ed infine ogni verità, perché la verità è sempre di parte.
Ma da dove, e da che tempo ci giunge il memento finale di Fortini?
L’autore di “E questo è il sonno…” prende la parola da un tempo già fuori dalle coordinate del proprio vissuto, un tempo postumo. Il frastagliato palinsesto temporale del testo, con i suoi dolenti strati memoriali, i fiammanti brandelli di storia («Volokolàmskaja Chaussées, novembre 1941…»), le immagini creaturali convocate per il congedo («i ghiri gentili dei boschi…»), include nel quadro figurale la stessa esistenza del poeta, i propri errori, speranze e illusioni, poesia compresa. Egli è già dall’altra parte, insieme a tutti gli sconfitti. Di lì ci ricorda che «Nessun vendicatore sorgerà» – nessuna palingenesi:19 è questo l’unico passaggio al futuro del testo – e che, tuttavia, c’è un Ma…, che non c’è un unico tempo. Per questo Fortini ci chiede, un’ultima volta, ascolto. Gli ultimi versi (prima del «Proteggete»), nella loro dimensione interamente prosaica e mondana, tornano al presente, ad un tempo orizzontale, assorto e minuto:
Rivolgo col bastone le foglie dei viali.
Quei due ragazzi mesti scalciano una bottiglia.
Nulla, qui, ci parla di redenzione, tanto meno di un «disegno». Di attesa o di angeli, nemmeno l’ombra: l’orizzonte appare tutto ristretto, confinato nel presente e soltanto segnato da tristezza, anomia. Un giorno qualunque. Un vecchio e due ragazzi. Ma infine, cosa lega quei due – saranno loro i barbari? – ed il vecchio poeta? Niente: tra loro irrelati, distanti e inconsapevoli, potrebbero essere, semmai, la rappresentazione di una fine e di un principio. O forse, qualcosa invece li lega: anche quei ragazzi sono stati attesi sulla terra, e stanno andando verso un misterioso appuntamento.

 


1 Macerata, Quodlibet editore.
2 Vedi anche In morte dell’ermeneutica, in M.Ranchetti, Scritti diversi. I Etica del testo, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1999, pp. 383-391.
3 M. Ranchetti, Sulla vita interrotta in Etica del testo cit., p. 391.
4 E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di C.Gallini, Torino, Einaudi, 1977 (20022).
5 E. Canetti, Party sotto le bombe. Gli anni inglesi, Milano, Adelphi, 2005, p. 195 (corsivo del testo). All’inizio degli anni Ottanta in un pezzo raccolto in L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione (Torino, Einaudi, 1983, p. 206) annotava, esattamente, Giulio Bollati: «Il vaso di Pandora oggi contiene un utilitarismo forsennato […], il ritorno massiccio del “bellum omnium contra omnes”, la giustificazione di ogni aberrazione col contrapporvi prontamente una aberrazione di segno contrario, la degradazione crescente della parola a strumento pratico e della comunicazione a merce. Questo è il bagaglio con cui affrontiamo il viaggio breve verso il millennio».
6 F. Fortini, Lettera all’assemblea “Per la libertà dell’informazione” [29 novembre 1994], in Id., Saggi ed epigrammi, a cura e con un saggio introduttivo di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2003, p. 1755.
7 ivi, p. 1754.
8 ivi, p. 1755.
9 Fortini in Extrema ratio (Milano, Garzanti, 1990) parla della «tragicomica vicenda del Partito comunista»: «Tragica – egli precisa – per l’oltraggio ad una straordinaria eredità e per il suo irrimediabile ritardo; comica per la miseria progettuale, l’incapacità di analisi storica, la corsa al salvataggio degli argenti dalle mani dei liquidatori» (p. 121). Una equilibrata analisi del passaggio storico tra i due secoli è nei due recenti interventi di Perry Anderson sulla «London Review of books», An Invertebrate Left (12.03.09) e An Entire Order Converted into What It was Intended to end (25.02.09): http://www.lrb.co.uk/v31/n05/ande01_.html e http://www.lrb.co.uk/v31/n04/ande01_.html.; e si vedano le lucide pagine di un testimone acuto come Enrico Deaglio: Patria 1978-2008, Milano, Il Saggiatore, 2009.
10 Rinvio in proposito al bel libro di Mario Pezzella, La memoria del possibile (Milano, Jaca Book, 2009), in particolare alle pagine che riprendono le analisi di Guy Debord; ma ho tenuto altresì presenti le riflessioni su Benjamin.
11 M. Ranchetti, Poesie ultime e prime cit., p. 18. Vittorio Sereni in Un posto di vacanza (IV, 19 – 21) scriveva: «passano – tornava a dirsi – tutti assieme gli anni / e in un punto s’incendiano, che sono io / custode non di anni ma di attimi» (in Stella variabile, Milano, Garzanti, 1981).
12 W. Benjamin, Sul concetto di storia, a cura di G. Bonola e M. Ranchetti, Torino, Einaudi, 1997, p. 23. Nell’Introduzione Ranchetti scriveva: «Riproporre oggi la lettura delle tesi di Benjamin insieme con i materiali da cui derivano ha un significato preciso. Significa riproporre la lettura di un documento d’interrogazione radicale sulla storia in un momento in cui ogni domanda sul significato della storia sembra annullata o respinta con la fine delle grandi ideologie» (p. IX).
13 A.Baricco. I barbari. Saggio sulla mutazione, Milano, Feltrinelli,2008, p.74.
14 ivi, p.20.
15 ivi, p. 167.
16 M. Proust, Il tempo ritrovato, trad. G. Caproni, Torino, Einaudi, 1963, pp. 384-385.
17 Cito da F. Fortini, Saggi ed epigrammi cit., p. LXII.
18 F. Rappazzo, “E questo è il sonno…” Temi, montaggio, figuralità. Rinvio al lavoro di Rappazzo sia per l’inquadramento del testo e i suoi riferimenti culturali e letterari, che per l’interpretazione dei vari passaggi: http://www.ospiteingrato.org/Fortiniana/E’_questo_il_sonno_Rappazzo_16_06_2009.html.
19 Nel suo commento a Benjamin Segnalatore d’incendio. Una lettura delle tesi sul concetto di storia (Torino, Bollati Boringhieri, 2004) Michael Löwy, in margine alla seconda ‘tesi’, osserva: «Non c’è un messia inviato dal cielo: noi stessi siamo il messia, ogni generazione possiede un frammento del potere messianico che essa deve esercitare» (p. 46). Nello stesso commento si veda il pertinente richiamo a Crepuscolo (1934) di Max Horkheimer, pp. 45-46: «Se uno sta molto in basso, esposto a un’eternità di tormenti inflittigli dagli altri uomini, lo anima come un’aspirazione di salvezza l’idea che verrà qualcuno che sta nella luce, assicurandogli verità e giustizia. Non occorre nemmeno che ciò accada mentre egli è ancora in vita, e nemmeno mentre sono ancora in vita i suoi carnefici – ma un bel giorno, non importa quando, tutto dovrà essere sistemato… È amaro morire misconosciuti e nelle tenebre. Rischiarare queste tenebre è l’onore della ricerca storica» (M. Horkheimer, Crepuscolo. Appunti presi in Germania. 1926-1931, Torino, Einaudi, 1977, p. 138).