La Libellula Recensioni
a cura di Michelangelo Fino
Novecento “stregato” per Zangrilli
L’Occhio stregato. Saggi e interventi su scrittori contemporanei, edito dalla Kaírós edizioni di Napoli (2009), è l’ultimo lavoro di Franco Zangrilli. Si tratta di una raccolta di saggi, su scrittori contemporanei, già apparsi in volume, su riviste letterarie e su quotidiani. Il libro, strutturato in due parti, si configura come un affascinante viaggio che parte dalla prima metà del Novecento sino ai giorni nostri; libro che, verghianamente, «si è fatto da sé attraverso gli anni» (p. 5) e che è il frutto di una passione chiamata lettura e rilettura. Da qui il titolo accattivante in cui quell’“occhio stregato” del lettore evoca un altro celebre occhio della nostra letteratura: quello strabico di Mattia Pascal.
La sottile analogia che Zangrilli sembra suggerire non è semplicemente sostenuta dal suo lungo studio su Pirandello, e neanche dalla constatazione che lo spettro del grande autore agrigentino aleggi costantemente sulle dense pagine di questa raccolta. Il cortocircuito, infatti, si compie ad un livello ulteriore, ben più complesso e stimolante, che d’altra parte caratterizza anche l’originalissima cifra critico-stilistica di questo libro: come l’occhio di Mattia permette al protagonista pirandelliano di andare oltre (secondo la definizione di Debenedetti) le apparenze della realtà, di epifanizzare l’altro che è in ognuno di noi, così l’“occhio stregato” del lettore appassionato è in grado di cogliere nuances altrimenti invisibili, di catturare attimi sfuggenti della vita e della realtà. Ed è anche attraverso la lettura che affiora eccezionalmente, «sotto la soglia della coscienza pratica», quella «coscienza subliminare» (p. 110) che, secondo il Cassola ricordato qui da Zangrilli, porta all’essenza delle cose, dentro e oltre le cose stesse. In questo complesso meccanismo s’insinua l’“occhio stregato” di Zangrilli, guardando sapientemente nella giusta direzione e guidando il lettore: vivere e leggere, perché un romanzo, come dice un personaggio nel romanzo sansecondiano La contessina Elsa, è «la narrazione d’uno squarcio di vita» (p. 18). Leggere per capire meglio la nostra vita e la nostra esistenza proprio come aveva fatto Pirandello, che dopo l’iniziale assioma “la vita o si vive o si scrive” opta per “la vita si vive e si scrive”.
Non c’è dunque contraddizione tra l’arte e la realtà, perché, come suggerisce il critico, l’arte rappresenta il valore aggiunto della realtà. Ma il libro di Zangrilli non si esaurisce in un generico – per quanto prezioso – invito alla lettura: va coraggiosamente oltre, puntando alla scoperta o ri-scoperta di scrittori contemporanei colpevolmente ignorati o dimenticati dalla critica accademica. Di conseguenza è un libro di critica letteraria, ma nello stesso tempo un libro sulla critica. Ecco spiegata la particolarità di questo lavoro, che ha il grande pregio da una parte di condurre una scrupolosa indagine narratologica e interpretativa di autori e testi trascurati, attraverso una costante e puntuale analisi testuale, intratestuale e intertestuale; dall’altra, di schierarsi consapevolmente contro un certo tipo di critica miope, convenzionale, esasperatamente paradigmatica, troppo spesso asservita alle dinamiche del mercato (come del resto buona parte del mondo editoriale).
È un grido di denuncia contro una sorta di “fascismo culturale e intellettuale” che, non a caso, l’autore rievoca nel saggio sullo scrittore-giornalista Ercole Patti (per sua fortuna recentemente recuperato da alcuni editori), quando, a proposito del romanzo Un amore a Roma, individua, quale principale motivo della realtà giornalistica romana ai tempi del Ventennio, «la stroncatura di certi giornali della capitale [...] che fanno un giornalismo asservito alle linee ideologiche e propagandistiche del fascismo» (p. 89). Il paragone potrebbe apparire azzardato, se non fosse che la realtà della critica e dell’editoria (soprattutto in Italia) si delinea sempre più come parente stretta di quella storica e sociale di quel periodo. Zangrilli sa bene che «il destino di uno scrittore è nelle mani dell’editore» (p. 59) e nelle mani della critica accademica, che «non si è occupata di certi scrittori maggiori e minori, e se da essa studiati a volte ha dimenticato alcuni loro libri» (p. 6) – vedi i diari di Sciascia, i racconti (giornalistici e non) di Baldini, Betti, Patti; oppure «ha dimenticato motivi e componenti centrali» della loro weltanschauung, «come quelli al centro dei romanzi della maturità di Rosso di San Secondo» (p. 6), travisando, in alcuni casi, sia l’evoluzione che la svolta della loro poetica, come per Cassola, tacciato – nell’Uomo e il cane – di ripetitività, che invece Zangrilli traduce in arricchimento tematico e stilistico di motivi già proposti in altre opere; ancor più esecrabile poi, il conservatorismo di una critica che ignora scrittori «appartati e lontani dalle mode letterarie» (p. 6) e che si occupa raramente dei giovani scrittori (vedi Pungitore e Putignano).
Zangrilli, dunque, si muove a trecentosessanta gradi, toccando autori, opere, critica, editoria, in un libro poliedrico che, nello scandagliare i testi, illumina le zone d’ombra della coscienza storica, culturale e sociale di ieri e di oggi e affronta le grandi contraddizioni e i profondi dissidi dell’uomo moderno, dipingendo un affresco della società dalle tinte chiaroscurali e attualizzando le tematiche toccate dalle opere e dagli autori presentati. Si parte dal tema già pirandelliano del «complicato rapporto arte-vita, illusione-disillusione, essere-apparire» (p. 18) di Rosso di San Secondo e dagli «assilli della coscienza inquieta, le complessità della psicologia umana, i moti dell’inconscio» (p. 40) di Ugo Betti, per arrivare al «realismo descrittivo [che] gradatamente cede all’immaginazione favolosa» (pp. 51-2) di Antonio Baldini (eco del realismo magico di Massimo Bontempelli) e all’inquietante rappresentazione della nevrotica società postmoderna di Ercole Patti, collocata «su una scacchiera di umorismo che mette a nudo la [sua] degenerazione morale e la [sua] depravazione» (p. 80).
L’occhio di Zangrilli focalizza quindi la propria attenzione sulla figura del prete nella narrativa di Giorgio Saviane, «espressione della problematica religiosa e spirituale dell’autore» (p. 93) e sulla crisi esistenziale e spirituale del personaggio di Rodolfo Doni, autore «che riprende i miti del passato e di civiltà differenti e opposte per rappresentare la tragedia del viver d’oggi e quindi la triste realtà della globalizzazione» (p. 138), un Doni «mythmaker» e «postmoderno» che, parlando della nostra società babilonica, individua nei mass media «un altro traslato del male [...] strumenti di comunicazione di tutto ciò che è sinistro, violento, satanico» (p. 149) – secondo una posizione analoga a quella di Ercole Patti.
Assai efficace ed icastica è poi l’immagine apocalittica del «“gigante cieco” che cammina verso l’abisso» (p. 113), simbolo della fine del mondo preannunciata da Carlo Cassola, la cui «favola realistica [...] vuol significare alte verità umane e indurre l’uomo odierno a riflettere sulla realtà circostante» (p. 117) – immagine che sembra recuperare quella dell’uomo pirandelliano eternamente sospeso sull’«orlo di un abisso». La prima parte si chiude con un’interessante riflessione sul tema del viaggio nella poesia di Fabio Doplicher che metaforizza la crisi di identità dell’uomo moderno, «viaggi allegorici [che] portano in direzioni molteplici, fuori o dentro l’individuo, verso il mondo noto o quello ignoto dell’anima umana o della natura» (p. 152).
Nella seconda parte l’autore continua nel suo meritevole lavoro di riscoperta e conclude, in maniera significativa, con un intervento sulla nuova generazione di scrittori partenopei, suggellando in questo modo lo spirito unitario che pervade il libro e ribadendo implicitamente l’urgente necessità, da parte della critica, di allargare i propri orizzonti interpretativi.
Lo stile di Zangrilli è piano e scorrevole, e un valore aggiunto della sua scrittura è proprio la chiarezza espositiva, perché qualità rara nei critici, vittime e prigionieri inconsapevoli di astratti furori intellettuali. L’autore mostra di tenere in grande considerazione il suo lettore, consapevole della necessità che questi ha di capire; ecco quindi che il lettore di Zangrilli è affascinato da una scrittura che oscilla costantemente tra toni propriamente critici e movenze quasi romanzesche, da una prospettiva che appare più interna che esterna al testo, come se a raccontare fosse un narratore omodiegetico e non onnisciente o eterodiegetico. Il suo diverso approccio nei confronti del lettore trova corrispondenza nel modo di rapportarsi all’opera letteraria: l’“occhio stregato” focalizza l’attenzione sul particolare, sulla sfumatura del quadro piuttosto che sugli appariscenti cromatismi della cornice, cercando di cogliere sempre l’essenza ultima dell’opera. Emblematico del modus operandi del critico è, ad esempio, l’intervento su Ignazio Silone, nel quale confuta la tesi secondo cui il romanzo Severina sia un romanzo politico, mettendo in luce come l’impianto politico-sociale della vicenda narrata resti sullo sfondo a favore della protagonista e del suo dramma esistenziale (pp. 177-83). Una rettifica ineccepibile che ricorda analoghi abbagli critici, soprattutto nei confronti di romanzi che presentano un robusto apparato storico, politico e sociale, ma che spesso è secondario o comunque subordinato rispetto alla soggettività determinante dei personaggi (emblematico il caso Gattopardo).
La ricchezza tematica, unitamente alla densità e varietà degli spunti che ne scaturiscono, piega il libro di Zangrilli a interpretazioni e obiettivi diversi. Se il punto di partenza dell’indagine muove dalla volontà del critico di scoprire e ri-scoprire testi e scrittori dimenticati o trascurati dalla critica, successivamente le finalità crescono fino a creare piani interpretativi differenti ma contigui, come la riscoperta dei grandi classici della letteratura otto-novecentesca, secondo il principio, propriamente comparatistico, che uno scrittore si comprende meglio attraverso l’intersezione con altri autori e altri movimenti letterari. L’impianto intertestuale è anche funzionale ad avallare le tesi della validità artistica delle opere e degli scrittori “meno fortunati”, che sembrano reggere bene il confronto con autori universalmente consacrati, ribadendo implicitamente il colpevole disinteresse di certa critica e di certa editoria.
Terminata la lettura si ha un piacevole senso di appagamento, che però immediatamente conduce ad un’altra contrastante sensazione: un senso di irrefrenabile curiosità che porta l’“occhio stregato” del lettore a scoprire o ri-scoprire gli autori e le opere. È il piacevole paradosso di un libro originale che ha il merito di portare una ventata di novità in un ambiente viziato e conformista: il pregevole tentativo di far deporre le maschere, andando oltre le convenienti apparenze che regolano il mondo della realtà e dell’arte.
Tra simbolismo e futurismo, verso il sud. Pesaro, Metauro Edizioni, 2009. Pp. 234. € 20,00.
In occasione del centenario del Futurismo, il cui primo Manifesto di Marinetti viene pubblicato a Parigi su «Le Figaro», dal gennaio del 2009 si stanno realizzando parecchi eventi e manifestazioni culturali, convegni, mostre, letture di poesie, rappresentazioni teatrali, ecc. Tra le tante opere recentemente venute alla luce e che trattano gli aspetti più diversi di questo movimento di avanguardia, si annovera il presente volume composto di ampi saggi che esaminano la presenza del Futurismo nelle opere di scrittori ed artisti meridionali, con metodi comparatistici e con acribia critica ed interpretativa.
Il saggio Marinetti, Pirandello, il fuoco, la Sicilia di Lia Fava Guzzetta, analizzando attentamente le opere del giovane Pirandello, suggerisce che l’agrigentino anticipa elementi chiave delle avanguardie del primo Novecento ed anche del Futurismo. Se Pirandello e Marinetti si interessano della decadenza morale della società, dei disagi della storia, dei fenomeni del progresso, e di altri comuni argomenti, gli approcci e gli stili sono diversi: il primo lo fa da solitario ed appartato, e l’altro da plateale e chiassoso. In comune hanno lo spirito polemico, la sensibilità di guardare la realtà delle cose e di trattare simili temi, incluso quello dello sgretolamento della personalità. Il teatro antistorico e rivoluzionario di Marinetti non può non influenzare quello pirandelliano a polemizzare con il teatro borghese, a sfruttare i motivi di dinamicità, di simultaneità, di pluridiscorsività, ad approdare a grandi innovazioni. Infatti la compagnia di Pirandello, nel 1926, mette in scena il dramma marinettiano Vulcano, di cui si analizzano le metafore delle “infocate” passioni. Passioni che diventano luoghi comuni dei drammi pirandelliani. Ma per la studiosa La salamandra è l’opera «più decisamente futurista, o marinettiana», della produzione teatrale di Pirandello (p. 25). Soprattutto perché contiene una mescolanza di espressioni e di generi, dal “mimo” al “sogno”, dalla “musica” alla “danza”.
Il saggio Da Semiritmi a Ritmi: sperimentazioni poetico-musicali da Capuana a Valli di Maria Luisi, valutando Semiritmi di Capuana, mostra come la sua prosa pone l’accento sull’importanza del ritmo che è l’unico elemento «capace di garantire liricità alla parola poetica» (p. 38) e come su di essa si costruisce l’operare poetico del futurista Luigi Valli, a cominciare dai testi redatti attorno al 1910, poi confluiti nella silloge Ritmi. Della produzione poetica del futurista romano si considera la natura dello sperimentalismo, in particolare del ritmo, della metrica, della musicalità, del “verso libero”, il quale sebbene inventato da Capuana, diventa tipico ed elaborato in vari modi dalla poesia futurista. Ma in sostanza lo stile della poesia di Valli è quello prosastico. Per Valli, come per Capuana, «l’unico scopo del vero poeta è fornire autentico valore lirico e musicale alla propria poesia» (p. 60). La poesia del Valli, come quella di altri futuristi, sperimenta anche al livello strutturale e tematico, prediligendo l’impegno intellettuale, civile, bellico, la polemica e la provocazione, e persino lo spirito didattico.
Il saggio Al di là del futurismo, Ruggero Vasari e l’orrore delle macchine di Dario Tomasello esamina le componenti futuriste che animano la produzione del poeta e drammaturgo siciliano Ruggero Vasari. Anch’egli è in linea con la realtà utopica dei futuristi che esalta l’idea di una nuova civiltà che deve respingere ogni legame con il passato, glorificando il mondo della macchina, della guerra, dell’azione virile e dinamica, persino «il disprezzo della donna» (p. 115). Nella poesia e nei drammi di Vasari la figura femminile si sviluppa con azioni emotive governate «dalla violenza sessuale e dall’impeto sadico» (p. 117). La misoginia vi si ramifica in diverse direzioni, anche per dar sfogo alle fantasie del Vasari sulla ninfomania e sul vampirismo femminile. I personaggi femminili dell’opera vasariania sono ritratti con lineamenti zoomorfi, anche attraverso l’espediente della similitudine incisiva e plastica. Persino la sua città di Messina è configurata con significative caratteristiche femminili della sensualità e sessualità, con la personalità ammaliante di una «cortigiana splendente», forse denotante aspetti psicologici del poeta incapace di «sottrarsi alla seduzione» dell’isola natia (p. 120).
Il saggio Sebastiano Carta, un futurista siciliano a Roma di Daniela Frisone studia l’incontro, avvenuto nel 1929, di Carta con Marinetti; come il giovane poeta e pittore Carta diventa attivo nel “Gruppo Futurista Romano” e accanito partecipante delle serate futuriste, in particolare delle manifestazioni aeroartistiche e delle letture di poesie in piazze, caffè, abitazioni. Specialmente nella sua poesia si fa rilevante la tendenza ad elogiare il mondo urbano e il suo progresso, colto persino nell’architettura; a sfruttare un sistema di metafore per enfatizzare la corsa e le vitalità dell’uomo; a insistere sui toni propagandistici di carattere politico che elevano l’animo popolare, o su certi temi tipici della poetica futurista, da quello della guerra a quello della realtà del lavoro, del commercio, dell’industria. Al tempo stesso la rappresentazione, pur con scelte stilistiche tendenti «al neorealismo» (p. 166), fa sentire la profonda riflessione del poeta sul dolore umano, in particolare della sua gente siciliana, di cui è emblematica l’immagine sofferente del minatore, visto come una sorta di Cristo crocifisso da una società insensibile, ostile ed egemonica. Questo avviene anche con l’uso di una scrittura ricca di analogie, di metafore, e di approcci ermetici.
Oltre ai felici saggi di Franco Musarra su Ruggero Vasari e Herwarth Walden, di Giorgio Guzzetta sull’Africa come una pensante ferita aperta: per una ricerca sull’infanzia egiziana di Marinetti e la sua identità nazionale, di Claudio A. D’Antoni sul Futurismo musicale in Sicilia, il volume contiene, nell’appendice che fa da corollario ad ogni saggio, preziosi documenti editi ed inediti, e presenta una dovizia di fresche informazioni e suggestioni, un bel panorama dei futuristi meridionali, maggiori e minori, che da tempo è stato ignorato dalla critica.
Studiosa fine di molti scrittori siciliani, Sarah Zappalla Mascarà ora ci offre una seconda edizione ampliata e aggiornata del carteggio tra Luigi Pirandello e il primogenito Stefano (che come scrittore sceglie lo pseudonimo Landi); le sue qualità di curatrice scrupolosa, intelligente, sensibile, a cui non sfugge nulla della materia, si notano dalle riflessioni esegetiche che saturano l’“introduzione” e da come arricchisce il testo con una dovizia di note, tese a spiegare, ad elaborare, a imbastire interpretazioni ermeneutiche, a largire fresche suggestioni ed inedite informazioni.
L’epistolario va dal 1919 al 1936, anni in cui Pirandello affida tutte le sue energie al teatro e il pirandellismo diventa un fenomeno culturale al livello internazionale, tanto che nel 1934 gli viene conferito il Premio Nobel. Le lettere ci mostrano una maschera nuda del drammaturgo, con una personalità inquieta, frenetica, febbrile, quasi in cerca di se stesso; fanno entrare nella biblioteca di una coscienza fragile ed egocentrica, insoddisfatta e travagliata, piena di scoramenti e di coraggio ferreo, nell’intimità degli umori e degli stati psicologi, degli affetti viscerali e delle profonde antipatie, delle preoccupazioni e delle ossessioni patologiche che rasentano la schizofrenia e che parecchie volte appesantiscono o fanno risultare monotona la scrittura; presentano uno sfogo immediato e appassionato, una confessione diretta, vibrante, e talvolta satura da profonde amarezze, una vera e propria (auto)biografia dell’anima cangiante, imprigionata nella forma del perenne divenire.
Il rapporto tra il padre e il figlio è composto di profondi legami d’affetto e d’amore, di un distinto sodalizio cultural-letterario, l’uno diventa il bordone d’aiuto dell’altro, anche quando Stefano gli fa leggere i suoi scritti, drammi e novelle, e il padre cerca di dargli una mano con le sue conoscenze a procuragli un buon lavoro («Non credere, mio caro Stefano, che non abbia cercato di farti entrare al Corriere della Sera») o gli fa ascoltare le sue litanie di artista non stimato nel suo paese («non è detto che’io possa resistere a dimorare in Italia in queste condizioni per me insopportabili […] Io troverò sempre da vivere: fuori, fuori di questo porco paese che non sa dare altro che amarezze e in cui un uomo del mio stile non può essere considerato altrimenti che un nemico») e invece adorato all’estero, tanto che verso la fine degli anni Venti si auto-esilia in Germania e in altri paesi del villaggio globale, di cui è soprattutto affascinato dal mondo americano che lo vede all’avanguardia di tutto. Tuttavia ritornano le occasioni in cui il loro rapporto si intacca, abbonda di tensioni e di divergenze, di richiami, di incomprensioni, di irritazioni, di rabbie, di risentimenti, a volte le polemiche e gli scontri si esasperano, e duri sono quei passaggi delle missive in cui Stefano parla al padre dei pettegolezzi che circolano a riguardo del suo innamoramento della giovane attrice Marta Abba e le repliche che ne dà il padre:
Parliamoci chiaro, Stenù. A che vuoi alludere? Vuoi alludere alla mia relazione con la Signorina Marta Abba? Io ti dissi una volta di che natura è questa relazione: e tu non ostanti [sic] tutte le infamie con cui s’è voluto insudiciarla, mostrasti di comprenderla e di credere a quanto io ti dissi. Dimmi ora francamente: non lo credi più? Hai torto, Stenù. Io sento per la signorina Abba un affetto purissimo e vivissimo, per le cure filiali che ha avuto per me, per il conforto che m’ha dato della sua compagnia in tre anni di vita raminga, per l’amore fervidissimo e l’intelligenza che ha dimostrato sempre d’avere per la mia arte.
Le cose si inaspriscono anche quando il padre ritorna con ostinazione a sottolineare che i figli, cui passa un assegno mensile, sono un esoso peso economico:
non possono pretendere ch’io a sessantadue anni, seguiti a lavorare giorno per giorno per mantenerli come quand’erano bambini e io avevo trent’anni; trent’anni ora li hanno loro. Finchè il denaro affluiva in quantità da tutte le parti, potevo darne a tutti, e l’ho dato, tanto che ora non ne ho più niente per me […] Mi vedo […] assillato dalle continue preoccupazioni di provvedere ai vostri bisogni, come se foste ancora bambini o ragazzi, mentre già siete tutti in età da provvedere a voi stessi e risparmiare un po’ vostro padre che avrebbe pur diritto a un po’ di riposo e di tranquillità.
Pirandello pretende troppo dal figlio, il suo sentimento egoistico e megalomane trascina, condiziona ed impone sempre più a Stefano di vivere esclusivamente per gli affari di un Pirandello arci-impegnato. E perciò Stefano è il figlio che accudisce l’ambiente familiare (come la madre che si trova in una casa di cura, la sorella Lietta e il fratello Fausto), che diventa il segretario, il procuratore, l’amministratore, il collaboratore degli affari del padre, tenendo contatti, relazioni personali e corrispondenza con un fiume di persone, giornalisti, critici, traduttori, editori, registi, agenti, attori, impresari, avvocati, che si porta a sbrogliare le intricate vicende contrattuali e a tenere in regola i conti bancari e delle remunerazioni, che insomma corrisponde continuamente alle persone che si rivolgano al famoso drammaturgo e vogliono qualcosa da lui, firmare un contratto, un’intervista, una cortesia, ecc. Appare una figura di figlio che si rassegna al destino di immolarsi per il padre («Che devo fare per te? Sono pronto a tutto!»).
L’epistolario è anche un colorito ritratto del panorama cultural-letterario d’allora, è ricco di prese di posizioni, di osservazioni e di commenti incisivi che hanno a che fare con eventi nazionali ed internazionali della politica, del cinema, del teatro, e persino della pittura di un’epoca; di giudizi mordaci, elogiativi, sagaci, che toccano persino scrittori nostrani apprezzati come Bontempelli e quelli non apprezzati come Marinetti; di riferimenti al Duce, specie quando nel 1926 questi non si impegna abbastanza per far conferire il Premio Nobel a Pirandello e invece viene assegnato a Grazia Deledda. E tra l’altro l’epistolario mette a fuoco l’immagine di un Pirandello che nell’ultima fase della sua vita scivola sempre più nel labirinto di una tragica solitudine, nel male oscuro dell’esistenza: «Il mio animo è agitatissimo; sono pieno di sdegno, nauseato di tutto […] L’idea di chiudermi in una vita sedentaria mi fa orrore. E terrore la compagnia di me stesso. Sono pieno di nausea e d’amarezza».
