Giuliana Adamo
«Io scrivo a nome di chi non può farlo»
(Albert Camus)
Nel 2001 intervistato da Michelangelo Cimino sullo stato delle cose della cosiddetta letteratura meridionale – da lui antologizzata nel 1997 in Luna Nuova (Lecce, Argo) e, poi, nei Disertori (Torino, Einaudi, 2001) – Goffredo Fofi dedica le sue parole migliori a Maria Attanasio,1 il cui racconto Lo splendore del niente (poi in Piccole cronache di un secolo, 1998) appariva nell’antologia come esemplare nella descrizione di una donna (la misconosciuta «serva di Dio», nobildonna calatina, Ignazia Perremuto) che, nella Sicilia a cavallo tra il Seicento e il Settecento, sceglie con coraggio un proprio percorso di fede e ragione. Fofi confessa la sua ammirazione per la scrittura narrativa della poetessa di Caltagirone e ne individua il punto essenziale nel fatto che la Attanasio parte sempre da dati storici che, uniti alla sua invenzione, le permettono di creare delle «finzioni verisimili». Il critico continua:
anche Sciascia vi ha lavorato in qualche modo: ha preso dei dati di fatti storici e anche dei personaggi e poi ha creato dei racconti. Dove finisce la storia e inizia l’interpretazione e la fantasia è sempre molto difficile stabilire. In questo senso, e cioè dal punto di vista formale, di genere, è lei l’unico vero allievo di Sciascia.2
Benché questa definizione abbia suscitato qualche dubbio in quel grande studioso di Sciascia che è Claude Ambroise,3 da una più approfondita indagine, fatta grazie alla disponibilità di Maria Attanasio, è emerso con chiarezza il significato delle parole di Fofi che, amante del romanzo d’avventura e paladino dell’etica nella letteratura, ha rintracciato nella scrittrice la combinazione felice di queste due componenti sulla falsariga della narrativa storica di Sciascia. La definizione viene così a definire la capacità dell’Attanasio di sapere fare storie in cui la dimensione morale e quella inventiva-espressiva-fantastica concorrono a creare la tensione narrativa necessaria ad ogni racconto ben fatto, così come in Sciascia etica ed immaginazione si sposano in una dinamica in grado di fare funzionare perfettamente la macchina narrativa.
Più dettagliatamente: qual è il legame profondo tra lei e Sciascia? Quali le continuità, quali gli scarti? In primo luogo occorre ricordare come la Attanasio abbia incontrato Sciascia e il suo lavoro, il che è potuto accadere, in termini di sprovincializzazione e apertura verso la narrativa siciliana, grazie alla mediazione del suo grande maestro Sebastiano Addamo. Incontro che data agli anni Settanta del Novecento e a cui Maria Attanasio deve la sua dolorosa e feconda iniziazione narrativa sia in veste di lettrice che di scrittrice.
Maria Attanasio è, innanzitutto, un poeta – come ama definirsi ribellandosi alla ghettizzazione del lessema ‘poetessa’ – da sempre onnivora lettrice di poesia e saggistica, parca e diffidente lettrice di romanzi (che trova, come il cinema, particolarmente noiosi e di linguaggio superfluo): il che, tra le altre cose, dà ragione della sua passione per la tesa prosa poetica, di lingua espressiva e non comunicativa, di Vincenzo Consolo, per lei modello soprattutto di ricerca poetica della parola.
Al rigore morale, alla scrittura in cui teoria ed immaginazione si incontrano nella forma del racconto-saggio di Addamo, la militante comunista della sezione di Caltagirone Maria Attanasio deve la scoperta di una scrittura narrativa di impegno:
grazie a lui ho appreso che la parola scritta può avere la stessa valenza di intervento nella realtà quanto il gesto, la prassi.4
Addamo ha, dunque, svolto l’importante funzione di mediazione tra lei e il mondo della narrativa contemporanea siciliana (incluso l’incontro fisico con gli autori: Sciascia prima, Consolo poi). Quello che la Attanasio scopre, intuisce, comincia a fare suo grazie ad Addamo, viene rafforzato in chiave di poetica propria originale e sfidante grazie a Sciascia, la cui scrittura e il cui ruolo editoriale le aprono mondi insospettati e fecondi. Il debito più grande che la Attanasio sente di avere nei confronti dello scrittore di Racalmuto è la lettura della Storia della colonna infame di Manzoni, la cui ripubblicazione era stata sostenuta alacremente da Sciascia (autore dell’introduzione all’edizione Capelli del 1973, poi in Cruciverba). E bene sappiamo che per Sciascia tale ripubblicazione testimonia dell’ascendenza manzoniana del romanzo-inchiesta, genere a cui si ascrivono varie sue opere narrative, tra le sue più belle (cfr. Morte dell’inquisitore (1964), Atti relativi alla morte di Raymond Russel (1971), La scomparsa di Majorana (1975), I pugnalatori (1976), L’affaire Moro (1978)).
La storia della colonna infame diventa, in virtù della mediazione sciasciana, modello assoluto per la scrittrice che rimane folgorata dal fatto che ciò che vi prevale non è più l’ideologia ma l’esistenza dell’individuo, attraverso cui Manzoni recupera anche il senso del suo essere cristiano. Il racconto straordinario e inatteso fatto dal narratore calatosi decisamente dalla parte di Piazza e Mora, i due sventurati protagonisti della disgraziata vicenda di ignoranza e menzogna, che, affondandosi nella loro microstoria, guarda – da quel punto di vista – le cose, la religione ed il mondo, cambia in modo drammatico il modo in cui la Attanasio guarda la Storia e la possibilità della scrittura storica:
Mi piacque moltissimo. Quel testo che era saggio e racconto insieme. Quella lettura della realtà, della ideologia cattolica attraverso il vissuto di due persone, attraverso la loro microstoria mi colpì tanto e non mi abbandonò più. E questo lo devo a Sciascia. Senza Sciascia non avrei mai letto questo libro, né avrei mai capito I promessi sposi che – dopo la Storia della colonna infame – ho riletto e rivalutato: non più come romanzo a tesi, ma in una luce totalmente diversa.
Maria Attanasio crede fermamente nella necessità e vitalità del romanzo storico contemporaneo, soprattutto nella particolare produzione siciliana. Leggendo i suoi piccoli, deliziosi libri appare evidente che alla base del romanzo storico attuale la scrittrice percepisca una sorta di galleggiamento esistenziale (attestata in modo eclatante, p.es., in quella frantumazione dell’io che porta all’abuso di pseudonimi in casi come quelli dell’irlandese Flann O’ Brien e del portoghese Pessoa) che innesta la conseguente ricerca di un ancoraggio per dare spessore e senso alla propria identità:
una ricerca di appartenenza che squarciando verticalmente il tempo esplora la zona pulsante di vita in latenza – storie, esistenze, eventi – della prenatalità (Attanasio)
scavando con sensibilità femminile per dare voce attraverso le sue eroine a quelloche lei chiama con immagine suggestiva e forte il secolare, ancestrale «silenzio delle madri».
E questo deve essere inteso senza alcuna suggestione misticheggiante. Il romanzo storico permette lo sprofondamento nel buio e nel silenzio che ci sta alle spalle, in quel ‘dove’ in cui pure in qualche altra forma «c’eravamo, ci siamo stati, oscuramente attraversando guerre, roghi, amori, pandemie». A partire, però, sempre da una circoscritta spazialità che sta all’autore fare divenire esemplare, universale. I luoghi – teatro dei romanzi storici – coincidono, infatti, quasi sempre con quelli della vita dei loro autori (si pensi a Manzoni, De Roberto, Sciascia, Consolo). Per la Attanasio, che non potrebbe scrivere senza il riferimento costante al suo luogo nativo: «il romanzo storico è – perciò – paradossalmente autobiografico».5 Un’autobiografia traslata in altre storie, in un’altra storia per una legittimazione e ridefinizione di sé al presente.
Raccontare – pur in un ampio spettro di realizzazioni assai diverse – coincide col raccontarsi. E se la scrittura femminile, da questo punto di vista, è più esplicita in virtù del suo sentire e abbiamo Maria Bellonci che si identifica e si allontana, a seconda, dalla sua Lucrezia Borgia (1939), giungendo ad affermare – due anni prima della pubblicazione del libro, risucchiata il quel mondo rinascimentale tra il Quattrocento e il Cinquecento – «Sono diventata una vittima di Lucrezia»,6 e Anna Banti – la cui Artemisia (1947) è un romanzo del e sul doppio – che visionariamente arriva a dire: «Noi giochiamo a rincorrerci Artemisia ed io»;7 da parte maschile non esiste dubbio alcuno che i romanzi di De Roberto, Sciascia, Consolo non siano, in fondo, che un’autobiografia morale e intellettuale, nonché ideologica, dei rispettivi sé.
Ma torniamo al modello manzoniano.
Con la Colonna infame Manzoni inaugura il genere del romanzo-inchiesta, dove l’invenzione si rintuzza per lasciare spazio ad una ricostruzione interpretativa di atti processuali e documenti d’archivio, con grande anticipazione della microstoria, in ambito storiografico fatta trionfare soprattutto da Carlo Ginzburg. La formula manzoniana del documento-inchiesta informa di sé gli scrittori storici siciliani seriori pur con le loro grandi differenze. Dal romanzo-documento Morte dell’inquisitore in cui Sciascia
ripristina il documento storico, recupera la leggenda orale e il romanzo d’invenzione ricavato dalla leggenda e con un sapiente gioco di specchi tra documenti veri e documenti falsi, tra scritture e parole, allestisce il collage prospettico della sua architettura narrativa (Guarrera)8
al Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) in cui per Consolo
quei documenti, certificazioni, atti pubblici e ufficiali sono invalidi-falsi-parziali-capziosi-soggettivi e, con parodia e sarcasmo, se ne serve nelle appendici, a cui fanno da controcanto ben più pregnante i capitoli del libro dove l’autore rivendica testi non ufficiali, per lui altrettanto (o più) validi, mai accettati come tali e mai passati all’ufficialità perché prodotti dal basso sociale e ricreati in base al principio di somiglianza al reale (cfr. scritte sui muri del carcere nel capitolo IX esemplate su quelle storicamente esistite nella prigione di Palazzo Steri a Palermo). (Adamo)9
ai racconti-cronaca (Correva l’anno 1698, Piccole cronache di un secolo) e al romanzo storico-esistenziale (Il falsario di Caltagirone) della scrittrice di Caltagirone.
Insomma, oltre un secolo dopo Sciascia ripropone alla contemporaneità il romanzo-inchiesta, rinsaldando una linea a cui si ascriveranno anche Consolo e Maria Attanasio. Tutti con netto distacco dalla fonte comune – né in Sciascia né in Consolo né in Attanasio è rimasta traccia dell’ideologia cattolica del Manzoni – perseguono finalità differenti da quelle del modello. Ciascuno di loro diverso dagli altri – come è doveroso che sia -; ognuno partecipe dell’assunto comune: il passato non vale per sé ma per il suo essere sempre presente. Dice Sciascia (nella postfazione all’edizione Sellerio della Colonna Infame):
il passato, il suo errore, il suo male, non è mai passato, e dobbiamo continuamente viverlo e giudicarlo nel presente, se vogliamo essere davvero storicisti. Il passato che non c’è più, l’istituto della tortura abolito, il fascismo come passeggera febbre di vaccinazione, s’appartiene a uno storicismo di mala fede se non di profonda stupidità. La tortura c’è ancora, e il fascismo c’è sempre.
Fedele a questa lettura del passato, per Maria Attanasio è solo il presente a contare. La scrittura sul passato è scrittura non dell’assenza, ma rigorosamente della presenza. E questo vale anche per il futuro, su cui vertono i suoi più recenti esperimenti narrativi. Il decalogo di Nordìa e Il verificatore insonne (in corso di stampa) brevi racconti ambientati, sul solco di Orwell, nel futuro: un futuro apocalittico in una città di reminiscenza calviniana che richiama, rimanda, si riallaccia ai tristi presagi del presente.10
Vuoti, silenzi, reticenze, oblii del passato sono il terreno su cui interviene lo scrittore storico: il solo che possa inventare una nuova storia per colmare quelle lacune, dare voce ai muti e agli ammutoliti. Manzoni, Sciascia, Consolo, Maria Attanasio si affiancano, aristotelicamente, nel loro pur diverso sguardo sul passato: la vera conoscenza essendo, per il filosofo di Stagira, ‘riconoscimento’. E, in quest’ottica, cogliamo un’altra analogia fondativa tra la scrittura della Attanasio e quanto dice Sciascia sulla propria «poetica della riscrittura» (Guarrera):11
Non è più possibile scrivere: si riscrive. E in questo operare – più o meno consapevolmente – si va da un riscrivere che attinge allo scrivere (Borges) a un maldestro e a volte ignobile riscrivere. Del riscrivere io ho fatto, per così dire, la mia poetica: un consapevole, aperto, non maldestro e certamente non ignobile riscrivere. Tutto pagato.12
I risultati delle ricerche d’archivio - frammenti scritti, spezzoni, mezzi-righi di cronache dilavate e ammuffite – grazie alla letteratura vengono restituiti esemplarmente, con valore metaforico, alla luce contemporanea e alla parola eternante.
Minuti, sempre, sono i personaggi di Maria Attanasio, i «senza rango» di Adorno, protagonisti delle sue storie minime dietro cui, al di là del velo necessariamente menzognero del racconto, la scrittrice visita, legge, fa tralucere la Storia.
Se il modello manzoniano condiviso la avvicina a Sciascia per il metodo, per l’attenzione alle storie di ingiustizia ed impostura (inventio), così come una certa continuità tra i due scrittori può cogliersi nelle rispettive caratteristiche formali di strutturazione del racconto (dispositio) e di scelte stilistiche-linguistiche (elocutio) all’insegna di brevitas, allusività, retorica del silenzio, un certo classicismo espressivo (si veda., p.es., il rifiuto del dialetto), la Attanasio all’indagine storica debitamente documentata unisce – a differenza di Sciascia – l’attenzione ai sentimenti dei personaggi. Il discorso storico-civile-polemico di Sciascia diventa in Maria Attanasio decisamente storico-esistenziale. Ne risulta un racconto aderente alla verità storica, ma al tempo stesso riletto in chiave lirica. La stessa autrice in un suo saggio dedicato a Sciascia, dal titolo Passione e leggerezza (apparso nel 1999 sul «Segno», p. 21), dichiara:
l’attenzione creativa di Sciascia concentrata sul rapporto verità-impostura giustizia-potere libertà-intolleranza, ignora ogni gratuito interesse per la microstoria, lasciando nel silenzio tutto ciò che non si può ricondurre all’esemplarità etica o civile di una narrazione: nei suoi romanzi, per esempio, non c’è mai una rappresentazione a tutto tondo della sfera emozionale e dei privati sentimenti dei personaggi.
Di qui anche lo scarso rilievo delle presenze femminili che non superano mai il mero pretesto narrativo, non diventano mai (tranne nel caso di uno degli ultimi testi, Il cavaliere e la morte) personaggi paritari con un riconoscibile mondo di passioni, sentimenti, bisogno di giustizia. Passioni e sentimenti e bisogno di giustizia che la Attanasio attribuisce ai suoi personaggi, soprattutto femminili, ma sempre, comunque, emarginati, diversi, ‘altri’. Tutti personaggi minimi, ma mai passivi. Sempre ribelli, ciascuno a suo modo, sempre ‘contro’ l’ingiustizia del tempo che li ha visti passare sulla terra. Dalla «hominigna» Francisca – la protagonista del suo primo «breve, affascinante racconto» (Consolo)13 del 1994, che per sopravvivere alla sua giovanile vedovanza si traveste da uomo per poter lavorare a giornata nel declinare di un Seicento siciliano che la vede resa libera da un inquisitore illuminato ante litteram; alle protagoniste delle bellissime piccole cronache del Settecento calatino, in particolare la sublime Catarina di Delle fiamme, dell’amore che per salvare il marito dalla baracca in fiamme sacrifica la propria vita, in una Caltagirone ancora sotto gli effetti del disastroso sisma del 1693, commuovendo il popolo con il suo atto coraggioso e altruista; al falsario-artista Paolo Ciulla che – stando alle cronache dei giornali del tempo – diventa un beniamino dell’opinione pubblica capace di difendersi fiero e solo ottenendo il minimo della pena; al piccolo marocchino Yussef che lascia l’Atlante alla volta degli Appennini – novello eroe deamicisiano, simbolo della condizione degli attuali migranti – e superate tante asprezze ritrova sua madre, come leggiamo nell’ultimo breve romanzo d’avventura della scrittrice ambientato nella contemporaneità.
Storie minime, abbozzate biografie esemplari (mai invasive delle sfere private dei personaggi, prive di qualsiasi ostentata onniscienza del narratore): riscrivere il passato per Maria Attanasio, come per Sciascia, non significa solo recuperare la memoria storica ma incorporare nel presente dei materiali ricreandone il significato più recondito. Tuttavia, a differenza di Sciascia che fa scontrare i propri personaggi con la Storia, a lei interessa fare rivivere i propri personaggi per portarli a confrontarsi con i loro problemi (ingiustizia, pregiudizio, intolleranza) dal di dentro delle loro rispettive microstorie. E la Attanasio lo fa sia per sottolineare che l’unica rivoluzione possibile non può che partire dal singolo, sia per ribadire che la storia di Sicilia non deve essere letta secondo l’esclusiva interpretazione di immobilismo e gattopardismo, ma anche come storia ricca di tensioni, fermenti, rivoluzioni. I fasci siciliani – la prima lotta di classe consapevole e organizzata – «non è avvenuta nella rossa Emilia, ma negli anni Novanta dell’Ottocento in Sicilia» non si stanca di ripetere con partecipato accanimento la scrittrice di Caltagirone.
L’acribia e la tenacia nel suo volere riscattare la Sicilia dal pregiudizio di immobilismo che la attraversa da secoli, consente a Maria Attanasio di fare vivere davanti agli occhi del lettore i suoi personaggi – piccole grandi figure – che, nei casi più singolari e belli lasciano il racconto col sigillo di un lieto fine: né scontato, né consuetudinario, né espediente meramente narrativo, ma vero. Vero punto finale della loro esperienza storica, per quanto quasi non scritta e mal tramandata, delle loro vere esistenze. Francisca è assolta dall’Inquisitore (di ascendenza ebraica) Don Bonaventura Cappello: così riporta la cronaca secentesca del cannataro Giacomo Polizzi da cui la Attanasio ha attinto la sua storia. Paolo Ciulla vede il suo processo, storicamente, concludersi in gloria: solo cinque anni di reclusione recita la sentenza finale degli atti del processo, reperita dall’autrice nell’Archivio di Stato di Catania.
Torna nella sua opera, ovviamente, il tema dell’impostura fondante di ogni scrittura storica. Per Sciascia l’impostura è sia nelle cattive (si pensi all’abate Vella del Consiglio d’Egitto) che nelle buone (si pensi a Di Blasi sempre nello stesso romanzo) intenzioni. Il linguaggio letterario è mendace per natura: questo spinse il fondatore del romanzo storico, Manzoni, a rifiutarne la forma per abbracciare, piuttosto, quella del documento-inchiesta. Gli scrittori del Novecento sono tutti estremamente consapevoli dei problemi legati alla macchina narrativa romanzo e all’arbitrarietà e falsità della lingua letteraria. Ma gli scrittori veri sanno anche che l’unica verità possibile sta nel linguaggio letterario che permette di coglierla.
Dalla secentesca Francisca «Fimmina intra e masculu fora»; a Paolo Ciulla omosessuale, artista e anarchico impegnato disperatamente nella lotta politica, condannato nel 1922 a pena lieve dal tribunale «quasi fascista» di Catania perché «è sì un falsario, ma non un simulatore di verità»;14 a Yussef che vede concludere il racconto che lo riguarda con una nota incoraggiante per «non tradire la vita. Per conforto di speranza; di giustizia realizzata. Che non c’è, ma ci può essere. Perché nel racconto anche la vita che non è, prende la parola e si fa vita»;15 a Rita Massa – la «fuoriluogo» aspirante scrittrice protagonista dell’ultima storia di un futuro razzista, xenofobo, raggelante, che dopo un intero racconto in cui è portatrice passiva di convenzioni e conformismi e, via via, oggetto di paure, ghettizzazioni, persecuzioni da parte dei suoi condomini «ariani» quanto lei, riesce piano piano a ritrovare la propria vitalità emozionale e vitale ed a riemergere, sigillando la sua resurrezione con una grande festa multietnica – che viene salutata così dalla narratrice nell’explicit dell’ultimo capitoletto del libro scritto in corsivo, dal sottotitolo Del leggendario epilogo:
Le autorità – con l’Accademico Verghezio in prima fila – con energiche misure di disinfestazione tentarono in tutti i modi di chiudere quel varco. Ma invano: odori, rumori, grida di bambini, tintinnio di cavigliere, tam tam di tamburi, musiche di Mozart, continuarono a ristagnare nella città svegliando appetiti sopiti, desideri rimossi, colori interdetti ,e atrofizzate memorie di giustizia. Toccando i sensi e l’immaginazione di chi quelle strade e quelle piazze attraversava: che guardava verso l’alto, invidiando la gioia di quella festa. Invisibile, persa tra tetti e cielo.
Un perduto che voleva essere ricercato, ritrovato, riconosciuto. E iniziava a
cercare. 16
Tutti personaggi che la narratrice utilizza per giungere, al di là della menzogna del discorso letteraria, al vero e per proporre una speranzosa utopia su futuri, possibili cambi di rotta nel destino dell’umanità.
Maria Attanasio avanza fiera e menzognera, come ogni vero artista e come l’arte stessa: bugiarda per definizione e, paradossalmente, portatrice di verità. Falsificazione romanzesca e verisimile da parte di una scrittrice che può riscattare così i mutismi dell’anagrafe e degli scartafacci e che fa parlare i documenti fin dove è possibile per poi affidarsi, quanto al resto, alla forza del suo ingegno e della sua fantasia. La Attanasio ravviva i dati polverosi delle cronache antiche e quelli ancora incerti di quelle più recenti con estro inventivo, capacità evocativa, concisione lirica, condensazione, un sorvegliato – ma quando è il caso incontenibile – raffinato lirismo, cifra della poetica etica della narratrice di razza.17
Grazie all’accorata mistura di storia e invenzione, il grigio caso di cronaca cede il passo ad un vissuto individuale e collettivo dolorosamente autentico. E questo, secondo alcuni critici, avrebbe sicuramente fatto felice un lettore come Sciascia. Unitamente all’impegno etico di una scrittura che parla del passato come metafora del presente, facendo doveroso atto di presenza, di testimonianza, e di invito a confrontarsi sempre con l’Altro.
1 Maria Attanasio è nata nel 1943 a Caltagirone dove tuttora vive e lavora. Laureatasi in filosofia a Catania, ha insegnato fino da giovanissima nella sua città ed è stata a lungo, come ama sottolineare, sia insegnante sia preside. Ha pubblicato le raccolte di poesia Interni (nell’antologia dei “Quaderni della Fenice”, Milano, Guanda, 1979), Nero barocco nero (Caltanissetta-Roma, Sciascia, 1985), Eros e mente (con uno scritto di Mino De Angelis, Milano, La Vita Felice, 1996), Ludica mente (Cava de’ Tirreni, Avagliano, 2000), Amnesia del movimento delle nuvole (Milano, La Vita Felice, 2003, premio Lorenzo Montano); le poesie di Credi, curatela e foto di Massimo Siragusa, con il racconto di Vincenzo Consolo Il teatro del sole, Catania, Domenico Sanfilippo, s.d. In ambito narrativo: il racconto storico Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (Palermo, Sellerio, 1994), a cui sono stati assegnati i premi ‘opera prima’ Pirandello di Agrigento e L’isola di Arturo – Elsa Morante di Procida. Presso lo stesso editore sono usciti nel 1998 Piccole cronache di un secolo, libro di brevi racconti ambientati nel Settecento, scritto insieme al conterraneo Domenico Amoroso; e nel 1999 Di Concetta e le sue donne, testimonianza di «una piccola storia di ordinaria militanza» (Premio Sciascia-Racalmare); nel 2007 il romanzo Il falsario di Caltagirone. Notizie e ragguagli sul curioso caso di Paolo Ciulla; Super Premio Vittorini 2007). Del 2008 è il racconto Dall’Atlante agli Appennini, con illustrazioni di F. Chiacchio, Roma, orecchio acerbo,). Nel 2009 ha scritto Il decalogo di Nordìa, in Il sogno e l’approdo, Palermo, Sellerio e Il verificatore insonne (in corso di stampa). Suoi testi poetici, narrativi e saggistici sono apparsi su importanti riviste letterarie e straniere.
2 Goffredo Fofi, intervista a cura di Michelangelo Cimino, in «Ora locale», marzo-aprile 2001, p. 5.
3 Mi riferisco a una considerazione fatta da Claude Ambroise al recente convegno su Sciascia a Cork (23-24 ottobre 2009) in seguito al mio uso di tale definizione subito da me ragionevolmente difesa e, quindi, dalle due parti condivisa.
4 Sottolineo che le citazioni di Maria Attanasio, quando non indicato altrimenti, sono tratte dalla nostre frequenti e arricchenti conversazioni personali intavolate, di volta in volta, a Caltagirone, Dublino, Napoli, Siviglia.
5 Conversazione tenuta al Trinity College di Dublino (Febbraio 2007) dal titolo Gente minuta e vicende mirabili: la storia, le storie.
6 Cfr. Bellonci, citata da G. Leto, Cronologia, in Maria Bellonci. Opere, a cura di Ernesto Ferrero, vol. I, Milano, Mondadori, pp. XXXVII-LXXII, p. XLVII.
7 Anna Banti, Artemisia, introduzione di G. Leonelli, Milano, Bompiani, 1994, p. 90. Del resto l’autobiografia della Banti è riflessa, intrecciata, assorbita nella e assorbente la vita «vera e inventata», come direbbe Garboli, del personaggio: «mi restringo alla mia memoria corta per condannare l’arbitrio presuntuoso di dividere con una morta di tre secoli i terrori del mio tempo» (Banti, Artemisia, pp. 104-105).
8 Carlo Guarrera, Lo stile della voce. Mimesi del parlato da Verga a Consolo, Messina, Sicania, 1996, pp. 85-86 (corsivi originali).
9 Giuliana Adamo, Sull’inizio del Sorriso dell’ignoto marinaio, in La parola scritta e pronunciata. Nuovi saggi sulla narrativa di Vincenzo Consolo, a cura di G. Adamo, San Cesario di Lecce, Manni, 2006, pp. 71-120, p. 101.
10 Il decalogo di Nordìa è apparso nel volume collettaneo sul tema dello straniero Il sogno e l’approdo a Palermo, per i tipi di Sellerio, nel febbraio 2009.
11 Guarrera, op.cit., p. 81 (corsivo originale).
12 Leonardo Sciascia, Opere 1956.1971, a cura di Claude Ambroise, vol. I, Milano, Bompiani, 1987, p. VIII.
13 Vincenzo Consolo, introduzione a Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile, Palermo, Sellerio, 1994, pp. 9-14, p. 11.
14 Falsario, p. 176.
15 Dall’Atlante agli Appennini, p. 108.
16 Il decalogo di Nordìa, p. 33.
17 Per i testi narrativi più recenti, dove non vale alcuna ricerca archivistica, la documentazione di Maria Attanasio nasce da studi di settore, indagini sul territorio, consultazioni dei codici di procedura civile-amministrativa etc.