Barbara Pezzotti
È dagli anni Settanta che, secondo Romano Luperini, la letteratura italiana non usa il dibattito culturale come mezzo per affrontare temi contemporanei.
[1] Non intendo contestare o appoggiare questa critica alla letteratura
tout court, ma segnalare che la letteratura di genere, nella fattispecie il giallo,
[2] non può essere tacciata di tale omissione. Il passaggio dal delitto nella camera chiusa al crimine della strada, corrispondente alla nascita dell’
hard-boiled in America, ha portato a un’iniezione di realismo in un genere che ha cominciato a riflettere le tensioni e i problemi della società contemporanea.
[3] Rappresentando i mali dell’urbanizzazione in un linguaggio semplice e diretto, la narrativa d’indagine ha aperto un ampio e diffuso dibattito sulla contemporaneità.
[4] Parallelamente al giallo classico, che ha continuato ad avere ampia fortuna di pubblico, si è quindi sviluppato un modello che oltre a essere «un
racconto» si presenta anche come «un
messaggio».
[5] Un messaggio che a volte è gnoseologico, altre volte è sociale, altre volte ancora è esclusivamente morale, e che in qualche caso è politico.
[6] Ciò è particolarmente vero per la produzione italiana che si è contraddistinta per la pubblicazione di opere legate alle problematiche locali.
[7] Lo sviluppo del giallo «problematico», i cui esordi in Italia datano intorno agli anni Quaranta, è stato successivamente stimolato, come acutamente osserva Giuseppe Petronio, da eventi di rilevanza internazionale, non ultimo il Sessantotto, movimento che ha inciso «a fondo sulle coscienze e sul costume» e ha proposto «nuovi problemi e suscitato richieste e offerte di letture nuove».
[8] Se già precedentemente Carlo Emilio Gadda (1893-1973), con il suo
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1946, 1957), aveva compiuto una feroce analisi dell’Italia sotto il Fascismo, Giorgio Scerbanenco (1911-1969) ha poi riflettuto sulle trasformazioni geografiche e sociali che investivano Milano e il suo hinterland negli anni Sessanta. Dal canto suo Leonardo Sciascia (1921-1989) ha scritto storie in cui il crimine indagato si intreccia a precise responsabilità politiche, affrontando per la prima volta il delicato problema della mafia e le sue collusioni con il potere centrale. Dipingendo un quadro lucido e spietato dell’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, questo autore si è interrogato sul senso della giustizia e ha auspicato con forza una vita sociale libera dalla violenza e dall’inganno. Infine, Loriano Macchiavelli (1934), nella sua lunga serie ambientata a Bologna, ha distrutto il mito di una città considerata ideale, parlando di criminalità, abusi edilizi, e corruzione politica. Come si può vedere da questi esempi, in Italia la formula dell’indagine criminale si è mostrata particolarmente duttile a ospitare un’indagine sociale e politica.
Molto è già stato scritto su autori quali Sciascia e Macchiavelli.
[9] In quest’articolo vorrei quindi analizzare i lavori di Massimo Carlotto (1956) e Marcello Fois (1960), due scrittori della generazione degli anni Novanta che, a mio avviso, si contraddistinguono rispetto ad autori di gialli a loro contemporanei proprio per il loro impegno politico sulla linea segnata dai maestri. Ho scelto Carlotto e Fois perché il loro discorso politico mi sembra più variegato e complesso di quello di altri autori a loro contemporanei. Alcuni scrittori, come, per esempio Piero Soria (1944), danno una versione non problematica della città, descritta come un capolavoro di perfezione geometrica e ordine, in cui il crimine è solo un accidente. Altri, come Bruno Ventavoli (1961) descrivono drammatiche trasformazioni topografiche e sociali del tessuto urbano, ma non identificano precise cause politiche o economiche. Infine, altri ancora, come Andrea Camilleri (1925) o Andrea G. Pinketts (1961), pur ambientando le loro storie in aree deturpate e individuando precise complicità politiche, non propongono od offrono soluzioni.
A dispetto delle differenze che li separano Carlotto e Fois si contraddistinguono dai loro colleghi perché fanno un romanzo politico su molti livelli. Il loro, infatti, è un romanzo politico innanzi tutto nel senso di riflessione sulla polis, intesa come discorso sulla città e sul territorio. Attraverso la descrizione di un’area – il Nord-Est nel caso di Carlotto e la Sardegna nel caso di Marcello Fois – e delle drammatiche trasformazioni geografiche e topografiche subite nel corso degli anni, in una chiara eco scerbanenchiana, questi autori danno conto della perdita di memoria collettiva che ha portato all’attecchimento di movimenti e atteggiamenti politici inizialmente estranei alla cultura locale. Inoltre, per entrambi gli autori il crimine ha o si intreccia a precise responsabilità politiche ed economiche sulla linea di quanto tracciato prima da Sciascia e poi Macchiavelli. Infine, al di là della registrazione di un fenomeno, i due autori si propongono come ‘attivisti politici’, con metodi ed esiti differenti. In particolare, Carlotto propone romanzi di contro-informazione, sulla linea delle esperienze dei movimenti politici degli anni Settanta, mentre Fois con le sue storie delinea una nuova identità italiana, in un momento di grande lacerazione nella società italiana, causato dall’insorgere di movimenti politici separatistici.
La politica come indagine sul territorio
Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia recente italiana, ha passato molti anni in prigione, accusato di un omicidio che non ha commesso, prima di essere liberato nel 1993.
[10] L’esigenza di riflettere sullo stato della giustizia italiana lo ha portato a creare una serie gialla che vede come protagonista la figura dell’Alligatore.
[11] Uno dei pochi detective privati della tradizione giallistica italiana (che privilegia il poliziotto istituzionale), Marco Buratti, detto l’Alligatore, è stato, come il suo autore, a lungo ingiustamente in prigione. Affiancato da un vecchio malavitoso, Beniamino Rossini, e un amico accusato di terrorismo, Max la Memoria, l’Alligatore viene assoldato da avvocati e gente comune per indagini nel sottobosco criminale, mondo che ha imparato a conoscere durante la sua permanenza in carcere. Tutte le avventure dell’Alligatore sono ispirate a casi reali e, a parte
Il mistero di Mangiabarche, ambientato in Sardegna, e parzialmente
Il maestro di nodi, che si sviluppa in una vasta area che comprende anche Piemonte, Lombardia e la Liguria, hanno luogo nel Nord-Est d’Italia.
Il Nord-Est, termine recente coniato dal giornalista Giorgio Lago,
[12] designa un territorio che comprende Veneto, Friuli Venezia-Giulia e Trentino-Alto Adige. Si tratta di un territorio che negli ultimi trent’anni ha subito trasformazioni radicali: da area prevalentemente rurale e contadina è diventato sede di una miriade di piccole e medie imprese uscite vincenti dalla crisi economica degli anni Ottanta. Infine, negli anni Novanta, il Nord-Est è stato riconosciuto come la ‘locomotiva’ d’Italia ed è diventato oggetto di studi economici a livello internazionale.
[13] Il benessere e l’espansione economica hanno tuttavia portato con sé la crescita di un senso di straniamento rispetto al resto dell’Italia e, in particolare, rispetto al Governo centrale, accompagnato dalla nascita di partiti politici separatisti e xenofobi, come la Liga veneta.
[14] Inoltre, l’aumento della ricchezza industriale e personale hanno portato da un lato alla perdita di valori solidaristici, tipici di una civiltà contadina, e dall’altro a un’infiltrazione di organizzazioni criminali.
[15]
Tutti questi fattori hanno contribuito a uno stravolgimento della topografia del Nord-Est con cui Carlotto si è confrontato. La formula del racconto d’indagine aiuta, infatti, a rappresentare un’indagine non solo del caso in esame, ma del territorio in cui il crimine ha luogo. Maestro in questo senso è stato Scerbanenco che, con la sua serie ambientata negli anni Sessanta, ha descritto una Milano e il suo hinterland devastato dall’egoismo e dall’avidità di denaro. Negli anni di un più recente boom economico per il Nord-Est, l’Alligatore e il suo amico Beniamino percorrono in macchina centinaia di chilometri di «strade fredde e deserte» in cerca di indizi.
[16] I due investigatori coprono un territorio rappresentato come una landa desolata. Città e villaggi, distrattamente percorsi dai due investigatori, sono solo uno sfondo grigio e uniforme delle avventure dell’Alligatore. Anche luoghi chiusi, come negozi e locali, sono diventati anonimi e privi di personalità, a seguito dei continui cambiamenti subìti per rincorrere la moda del momento. Simbolo del continuo mutamento, incalzato da una cultura sempre più consumistica, è la vecchia casa del popolo alle porte di Padova, diventata negli anni Ottanta una paninoteca e poi trasformatasi più volte, fino a perdere completamente le fattezze originarie:
un paese che, uguale a tanti altri, si era sviluppato negli anni Settanta intorno all’unica chiesa dell’unica piazza e lungo la provinciale, invadendo i campi e le vigne con villette a schiera, laboratori e piccole fabbriche. Quando ero giovane e il locale era ancora una casa del popolo, si andava lì a mangiare e bere per poche lire e a parlare di politica con vecchietti che non staccavano mai gli occhi dalle carte. Negli anni ottanta era diventato via via una paninoteca, una creperia, una snackeria, una yogurteria, finché non avevo mandato Rudy a trattare con la padrona naturista e piena di debiti.
[17]
La vecchia casa del popolo sembra essere stata contagiata dall’anonimità del villaggio che si è creato intorno, un paese simile a tanti altri, sorto vicino a laboratori e piccole fabbriche. Un villaggio cresciuto erodendo gli spazi della vita contadina e sostituendo le vecchie cascine con villette a schiera, simbolo anch’esse di grigia uniformità. Il tema post-moderno del non-luogo, attraverso l’ampia citazione di autostrade, paesaggi uniformi, luoghi che hanno perso un’identità è, nella serie di Carlotto, per la prima volta ampiamente rappresentato dall’autore e troverà poi il suo culmine in un successivo romanzo,
Arrivederci amore, ciao (2001).
[18] Un’omogeneizzazione, frutto di un capitalismo selvaggio cavalcato da nuove compagini politiche, ha spazzato via un’antica cultura contadina e i suoi valori, sostituendola con la produzione di massa e il culto del denaro facile. Insieme a uno sfrenato capitalismo, nuove forze politiche hanno promosso nel territorio una ‘nuova’ e fittizia tradizione veneta, intesa giustificare atteggiamenti egoistici e separatistici. All’aridità di un territorio così stravolto corrisponde l’aridità delle persone che lo abitano e lo sfruttano. Gli stessi abitanti del Nord-Est, una volta contadini legati alla loro terra, mostrano ora disprezzo per il territorio, inquinandolo e violentandolo. Preda di una cultura capitalistica e dell’apparenza, giovani veneti perdono la vita insensatamente, correndo a tutta velocità su autostrade senza anima. La morte di tre giovani durante un fine settimana di ordinaria follia diventa il simbolo di una popolazione perduta:
Tre ragazzi, strafatti di alcol e di ecstasy, si erano spiaccicati a centotrenta all’ora sul guardrail. [...] Pensai al giovane proprietario, che per comprarsela aveva lavorato duro in una delle tante fabbrichette della zona, abbandonando la scuola, che tanto non serviva a un cazzo, per approfittare del miracolo del nordest. Dal lunedì al venerdì dieci ore di lavoro filate e poi il fine settimana libero di correre da una birreria a una discoteca a sputtanarsi i soldi.
[19]
Osservando questo episodio di cronaca, simile a molti altri, l’occhio lucido dell’Alligatore riesce a cogliere l’insensatezza di vite sprecate nella superficialità. L’investigatore privato di Carlotto, che, condannato da un mondo che disprezza, decide di rimanere ai margini della società, vede ciò che la gente comune non vede. Vede un territorio del Nord-Est trasformato e disumanizzato, come alienati appaiono i suoi abitanti che lo attraversano a tutta velocità su autostrade-non-luoghi: presi come sono dal culto del denaro e dell’apparenza, hanno perso il contatto con la terra e i suoi valori millenari.
[20] Lo stesso Carlotto spiega questa trasformazione in un’intervista rilasciatami recentemente:
Il Nord-Est ha ospitato a lungo una società contadina e operaia, c’era un vero contatto con la terra. L’operaio tornava a casa da Porto Marghera e lavorava nei campi. La tradizione orale era molto forte. Le famiglie di contadini si ritrovavano nella stalla e si raccontavano storie intorno al fuoco. Ciò creava un cemento nella società e la memoria si conservava. La successiva industrializzazione, la polverizzazione del territorio, il proliferare delle fabbrichette e dei laboratori e la fine della figura dell’operaio legato alla terra hanno determinato un grande isolamento. La nascita della piccola e media impresa ha causato una diversa urbanizzazione, ora non c’è più soluzione di continuità tra un paese e l’altro. Ciò ha sconvolto profondamente il tessuto sociale. Non è quindi una sorpresa che, più in là negli anni, sia stata ben accolta la Lega e il suo recupero di una sorta di tradizione veneta, assolutamente finta, fasulla. La Lega non è altro che borbottii di pancia di un territorio che pensa di ritrovare un’identità attraverso la falsificazione della sua storia.
[21]
Un analogo discorso sulla
polis e il suo stravolgimento possono essere trovati nella trilogia contemporanea di Marcello Fois, composta da
Ferro recente (1992),
Meglio morti (1993) e
Dura madre (2001).
La trilogia, che non si basa, come invece la serie di Carlotto, su fatti realmente accaduti, presenta caratteristiche interessanti, in quanto i romanzi di Fois si strutturano come gialli aperti, in cui la verità non viene a volte ufficialmente stabilita, e, in qualche caso, è lasciata solo intuire allo stesso lettore. La fatalità del caso impera, di contro agli sforzi degli investigatori di trovare nessi logici che si rivelano inesistenti, secondo la lezione impartita da Friedrich Dürrenmatt.
[22] Inoltre, altro elemento di nota, se due personaggi, il maresciallo Pili e il giudice Corona, sono presenti in tutte e tre le storie, le indagini ufficiali vengono condotte di libro in libro da personaggi differenti. Questo elemento contrasta con un’altra trilogia gialla che Fois ha scritto, questa volta ambientata nella Sardegna post-unitaria e che vede come protagonista e investigatore il poeta Sebastiano ‘Bastianu’ Satta.
[23]
La trilogia contemporanea è particolarmente interessante perché in essa vi troviamo un discorso sulla polis analogo a quello fatto da Carlotto. Anche nei romanzi di Fois appaiono ampie descrizioni di una città, Nuoro, e di un territorio, quello della Barbagia, devastati e stravolti. La descrizione di una Nuoro spersonalizzata in una sorta di incubo post-moderno può essere trovato nel seguente passaggio:
Intanto i lavori nella città cantiere sarebbero proseguiti chissà dove e dappertutto; dopo le demolizioni il nulla; in un esercizio quasi retorico di sequestri cautelativi e abusi edilizi, solo per insegnare ai cittadini che la città è un corpo in movimento, un mutante senza speranze di stasi. E che l’antico assetto, modesto, ma concluso, era solo il segno di un tempo fermo senza smanie. Il teatro, la piscina, il parcheggio, la piazza diventano entità imprecise: quale teatro? Quel bunker che fa impallidire le vecchie carceri che per un secolo hanno occupato quell’area. Quale piscina? Quella che hanno cominciato a costruire per me e sarà usata, nella migliore delle ipotesi e se il tempo sarà clemente, dai miei figli. Quale parcheggio? Quello che si può vedere in scala ridotta all’ufficio tecnico del comune. Quale piazza? Una qualunque, una qualunque…
[24]
Anche qui vediamo un luogo, in questo caso una città, in continuo movimento e trasformazione. La città, definita “un mutante senza speranze”, ha perso le sue caratteristiche originarie. Inoltre, come per la vecchia casa del popolo di Carlotto, punti di riferimento storici, quali la piazza e il teatro, subiscono continue trasformazioni, fino a perdere la loro identità e diventare luoghi “qualunque”, fino a diventare non-luoghi.
Come in Scerbanenco prima, e poi in Carlotto, allo snaturamento e alla corruzione del territorio, corrisponde anche una corruzione dei suoi abitanti che deturpano una terra prima amata.
[25] Tuttavia, diversamente dai romanzi di Carlotto, dove la corruzione del territorio e dei suoi abitanti nascono internamente alla società, per Fois questa corruzione comincia con il contatto tra la cultura locale e quella del Continente. Storicamente, infatti, i rapporti fra la Sardegna e il Governo centrale si sono da subito caratterizzati nel segno dell’alterità. La cosiddetta questione sarda, termine coniato da Giovanni Battista Tuveri, nasce con l’incorporazione dell’isola nel Regno di Savoia, avvenuto nel 1847 e si è acuito dopo l’Unificazione italiana.
[26] Il Fascismo, con la reiterazione di politiche centraliste, non ha fatto che aggravare l’antagonismo e la distanza che i sardi sentivano per il resto della penisola.
Tutti questi elementi sono rispecchiati nella trilogia di Fois. Attraverso il giallo, questo scrittore sembra scrivere una sorta di storia dell’identità sarda, indagando dapprima la natura coloniale delle relazioni tra la Sardegna e il Regno d’Italia e trattando poi le nuove forme di dipendenza, causate dall’attiva partecipazione a un sistema politico ed economico corrotti.
[27] La trilogia contemporanea dà conto di una Sardegna afflitta da un cancro che ha già divorato il resto dell’Italia: opportunismo, corruzione e frode sono comuni in un’isola definita come «una terra di vittime, […], una terra senza costituzione, senza Stato. […] Il confine di un impero».
[28] L’origine della corruzione è fatta risalire al periodo pre-risorgimentale, quando i Savoia gestirono la Sardegna come una colonia.
[29] Ciò nondimeno, le responsabilità di un mancato sviluppo non sono solo imputabili a fattori esterni. Il male, secondo Fois, è stato interiorizzato dalla società sarda: «Noi il nemico ce l’abbiamo dentro» commenta infatti il giudice Corona, anch’egli sardo.
[30] I sardi, da vittime della colonizzazione, si sono trasformati in carnefici di se stessi. In una severa auto-analisi, oltre che dalla gestione colonialista dei Governi centrali, questo autore vede la politica sarda contemporanea come una replica delle negatività e della corruzione imperanti nel resto della penisola:
Padroni del loro tempo, concreti in quella terra inconsistente, padroni dell’USL e della Montedison di Ottana. Bambini con barba e pancia. Figli di pastori, figli di possidenti e caste di avvocati cresciuti nel foro delle due Barbagie e negli oratori. Con le case di proprietà, con le case al mare, con le terre in campagna. Dottori politicizzati con i malati lottizzati che tra un favore e l’altro dettavano ricette al telefono, che venivano sepolti di regalie per Natale da Nuoro e dai paesi vicini. Rampanti di Oliena, alla conquista dell’altopiano. Politici di provincia con la dimestichezza del ‘faccio io, non ti preoccupare’, che impinguavano a ogni scadenza elettorale il loro parco elettori-disoccupati-stipendiati nelle strutture e nell’apparato municipale e in tutti gli anfratti burocratici di una città che non ha un’economia, se non quella da baraccone, ma che consuma tutto. E ancora uomini da terza media ‘fatti da sé’, con figli laureati a Firenze, Bologna, Roma che tornavano dalle sedi in Continente solo quando il loro posto nei giornali, nei Consorzi Agrari, nelle Banche, nell’Ospedale, nei vari Inps, Enel, Sip, era pronto, o che non tornavano affatto.
[31]
Lottizzazione, corruzione, favori fatti in cambio di voti alle successive elezioni politiche, nepotismo: questa descrizione di una riunione del Consiglio comunale di Nuoro, degli uomini politici locali e del loro malgoverno non è dissimile dall’immagine di molti altri consigli comunali del Continente. Con questo impietoso ritratto della classe politica sarda, il narratore indica chiaramente come i sardi abbiano imparato a perfezione la lezione di corruzione impartita dal resto dell’Italia.
L’indagine come denuncia politica
Dietro questo disfacimento del territorio e corruzione di anime, nelle serie di Carlotto e Fois vengono individuate precise responsabilità politiche, come già avveniva nei romanzi di Sciascia e Macchiavelli. Il meccanismo dell’indagine, come abbiamo detto, impone un’analisi della scena del crimine e quindi del territorio, ha altresì come obiettivo l’indicazione di un colpevole. Questa funzione fondamentale della
detection serve in questo caso ad additare un colpevole più ampio e a compiere un’indagine non solo su una storia singola, ma anche e soprattutto su una politica e una società malate e corrotte.
[32] Nella
Verità dell’Alligatore, per esempio, Marco Buratti non solo scopre il vero colpevole della morte di Evelina Mocellin Bianchini, ma scoperchia un giro sadomaso e un traffico illegale di droga che vede coinvolti molti esponenti della Padova bene. La vittoria è solo parziale e momentanea, perché come il marito della vittima, l’industriale Carlo Ventura, dice all’Alligatore:
Tangentopoli è servita solo per eliminare alla svelta coloro che non volevano capire che era arrivato il momento di mollare l’osso. Si guardi allo specchio, Buratti, perché è lei che vive fuori dalla realtà, invece noi siamo la realtà… se ne vada e non si faccia più vedere.
[33]
Analoghe denunce si trovano in altri romanzi di Carlotto.
Il Mistero di Mangiabarche svela, attraverso l’indagine sull’omicidio di un avvocato, una fitta trama ordita da Sisdi e servizi segreti francesi per osteggiare l’indipendentismo corso.
Nessuna cortesia all’uscita è una denuncia aperta dell’accordo stipulato dai giudici italiani con il boss della Mala del Brenta Felice Maniero, ribattezzato nella finzione narrativa Tristano Castelli.
[34] Attraverso una storia di sadomasochismo
Il maestro di nodi è infine una potente denuncia contro il trattamento dei carcerati nelle prigioni italiane e un’impietosa analisi dei fatti del G8 di Genova. In tutti questi romanzi, il caso viene risolto, ma il successo dell’Alligatore ha un retrogusto amaro, perché le malefatte di un potere corrotto che agisce per opportunismo e non per vero senso della giustizia rimangono impunite. Se un colpevole viene punito per un atto disonesto, l’apparato politico ed economico di illegalità che strangola l’Italia ne viene solo lievemente scalfito. Il tradizionale compito del detective di ristabilire l’ordine pre-crimine qui viene meno e con questo la funzione consolatoria tipica del giallo classico.
Nell’opera di Fois il delitto è generalmente compiuto per motivazioni personali, ma si intreccia sempre ad indagini sulla corruzione politica: le indagini di
Meglio morti e
Dura madre, pur svelando motivazioni private nel crimine principale
, svelano la piaga degli appalti illegali e della frode ai danni di istituzioni internazionali. Una cancrena ha corroso la società sarda, impersonificata, in
Meglio morti, dalla figura di Santino Pau.
[35] Sfogandosi con un sindaco colluso, Santino svela una fitta trama di corruzione che investe la politica e le attività produttive dell’isola. Le stesse persone che corrompevano o si facevano corrompere, ora, dopo lo scoppio di Tangentopoli, cercano una nuova immagine di finta pulizia, pronte a rimettersi in gioco non appena le acque si saranno calmate. Non a caso, alla fine del romanzo, il giudice Danila Comastri informa il collega Corona della fondazione nel Continente di un nuovo partito politico, un chiaro riferimento alla nascente Forza Italia di Silvio Berlusconi.
[36]
Il giallo come politica attiva
A un disfacimento del territorio e delle anime, che rispecchia un disfacimento della politica intesa come bene comune, Carlotto reagisce con il suo personale impegno, che si configura come un vero e proprio attivismo politico. Partendo da casi reali, Carlotto usa la finzione letteraria per mostrare la sua versione dei fatti, che non corrisponde mai alla versione ufficiale fornita dai giudici o dalla politica. Il suo lavoro echeggia le parole di Sciascia, quando disse: «Per me scrivere vuol dire impedire che la menzogna abbia via libera».
[37] Attraverso la figura chiave di Max la Memoria, che, con il suo aggiornato database, fornisce all’Alligatore dati, fatti e interpretazioni di episodi della recente storia italiana senza i quali il detective non riuscirebbe a tenere i fili delle sue complesse indagini, la serie di Carlotto mira a fornire al lettore la sua versione dei fatti, al di là della versione ufficiale. In questo senso, il suo lavoro è molto simile all’attività di contro-informazione svolta dagli attivisti politici degli anni Settanta. Un’attività non a caso nata a Padova e nella quale Carlotto stesso era direttamente coinvolto prima del suo arresto. Per questo definirei i romanzi di questo autore come romanzi di contro-informazione che si configurano come veri e propri pamphlet politici. Questa interpretazione è corroborata da dichiarazioni fatte dallo stesso scrittore:
Quando scrivo un romanzo, lo concepisco come un progetto. Narrativo ma anche informativo. Ed è complessivamente un progetto politico. In una società criminogena, oggi vincono i più forti: il rapporto tra potere e diritti è tutto sbilanciato sul potere.
[38]
In questo suo impegno, molto simile anche all’impegno mostrato da Macchiavelli, non per nulla uno degli scrittori di riferimento per l’autore di Padova, Carlotto ribadisce l’obiettivo politico che, secondo lui, deve animare la narrativa d’indagine italiana. Obiettivo che si starebbe perdendo, perché a suo dire, molti dei nuovi scrittori di gialli sarebbero più interessati all’intrattenimento che al messaggio politico:
Il problema è la divisione che c’è oggi, all’interno del mondo degli autori, fra chi ha scelto di continuare a usare in maniera politica il genere e chi ha scelto di usare una bella scrittura di puro intrattenimento. Noi che insistiamo sul valore politico e sociale del giallo siamo ormai una minoranza.
[39]
Anche Fois può essere considerato uno scrittore politico. Il suo impegno, tuttavia, si esprime in modo diverso, come sostenuto dallo stesso autore in un’intervista concessami nel 2007:
Lo scrittore deve essere impegnato, nel senso che deve essere ‘dentro’ il sociale. Per me gli scrittori non si devono fare gli affari propri. Devono sempre dire la loro rispetto alla società che li circonda. Sono assolutamente contrario allo scrittore chiuso nel suo studio, che non si occupa del mondo. Però credo anche che la letteratura impegnata sia tale in rapporto a quanto tu scrittore sei impegnato come persona. Non è che uno si siede e si impegna: o uno è impegnato, e quindi automaticamente produce una riflessione impegnata, oppure non lo è. Ci deve essere identità tra te persona impegnata e la letteratura che produci. Con questo non voglio dire che chi fa romanzi non impegnati sia una persona non impegnata, beninteso. A volte può esserlo, a volte no. È il darsi o non darsi che fa la differenza.
[40]
A mio parere, l’impegno Fois sta nel suo tentativo di delineare una nuova identità per gli italiani. Il suo è quindi un impegno di alta politica, perché mira a creare un’identità comune, concetto ancora elusivo a 150 anni dall’Unità d’Italia e, negli anni di pubblicazione della serie, minacciato dall’ascesa al potere della Lega Nord. In particolare, in
Dura madre il sardo Corona e il riminese Sanuti – figura che, per il suo desiderio di comprendere la Sardegna nonostante le barriere culturali che gli rendono difficile realizzare tale intento, evoca il personaggio sciasciano del tenente Bellodi – risolvono insieme, per quanto possibile, l’omicidio e svelano una rete di corruzione e frode ai danni dell’Unione europea. Le forze e le intelligenze dell’isola e del Continente unite, pur nelle differenze, vincono un’importante battaglia – anche se non la guerra – contro la corruzione e il male. Con la risoluzione, anche solo parziale, del mistero si arriva pure, in ultima analisi, a un ‘riconoscimento’ dell’altro, del diverso che non porta a un annichilimento, ma a un mutuo arricchimento, in nome, anche in questo caso, di un’eticità comune ancora da conquistare, ma comunque possibile.
[41] Ciò che era risultato impossibile al Bellodi di Sciascia, è ora a portata di mano di Sanuti.
In conclusione, sia Carlotto sia Fois scrivono romanzi politici su più livelli, raccogliendo l’eredità dei maestri del giallo italiano. Come Scerbanenco, descrivono un territorio devastato dallo sfruttamento economico e dalla corruzione. Come in Sciascia e Macchiavelli, i loro investigatori indagano su crimini causati o strettamente intrecciati a un clima di decadenza e corruzione politica. Infine, entrambi si propongono come politici attivi: Carlotto, dando la sua versione dei fatti in opposizione alla versione ufficiale, trasformando le sue opere in romanzi di contro-informazione politica; Fois proponendo una nuova identità italiana, rispettosa delle differenze, di contro all’antagonismo perpetrato dalla Lega e dai partiti di Destra. Ciò facendo, continuano una tradizione di impegno sociale e politico che ha caratterizzato a lungo la narrativa d’indagine italiana.
[1] R. Luperini,
La fine del postmoderno, 2005, pp. 125-129.
[2] Nell’articolo userò il termine ‘giallo’ nell’accezione più ampia del termine, ovvero una storia che prevede un crimine e un’indagine, come comunemente accettato e usato da autorevoli esperti, quali Giuseppe Petronio. In alternativa, userò l’espressione narrativa d’indagine con lo stesso significato. La questione terminologica intorno al giallo è molto complessa e ha generato ampi dibattiti, ma non costituisce il tema del mio intervento. Per un tentativo di definizione delle differenti sfumature della produzione gialla in rapporto all’Italia si vedano C. Lazzaro-Weis,
Cherchez la Femme: The Case of Feminism and the “Giallo” in Italy, 1994, pp. 109-129 ed E. Mondello,
Il Neo-noir: autori, editori, temi di un genere metropolitano, 2004, pp. 179-195.
[3] G. Gosetti,
L’equivoco del nero, 1989, p. 11.
[4] M. Crawford,
Investigationg the City – Detective Fiction as Urban Interpretation: reply to M. Christine Boyer, 1996, p. 120.
[5] G. Petronio,
Sulle tracce del giallo, 2000, p. 118.
[6] Ibidem.
[7] Ernest Mandel sostiene che il giallo italiano abbandoni le convenzioni del genere per dare vita a una narrativa d’indagine caratterizzata da una forte adesione alla realtà. E. Mandel,
Delitti per diletto. Storia sociale del romanzo poliziesco, 1997, p.181-186. Analizzando ciò che definisce giallo letterario, Stefano Tani ne distingue tre forme: «innovative», «deconstructive» e «metafictional». Quella innovativa mette l’accento sulla critica sociale e fornisce soluzioni in cui la giustizia non prevale. S. Tani,
The Doomed Detective: The Contribution of the Detective Novel to Postmodern American and Italian Fiction, 1984. Massimo A. Bonfantini sostiene che «Per fare chiarezza sui comportamenti morali, sociali, storici, individuali e collettivi, ci vuole la detection. Il romanzo di impegno civile non può che essere giallo». M. A. Bonfantini,
Il nero senza paura, 2005, p. 63. Si veda anche C. Oliva,
Storia sociale del giallo, 2003 e M. Sangiorgi e L. Telò (a cura di),
Il giallo italiano come nuovo romanzo sociale, 2004, pp. 15-23.
[8] G. Petronio,
Sulle tracce del giallo, 2000, p. 165.
[9] Per Sciascia si veda, tra gli altri, J. Farrell,
Leonardo Sciascia, 1995; E. Wren-Owens,
Postmodern Ethics, 2007; M. Chu,
Sciascia and Sicily: Discourse and Actuality, 1998, pp. 78-92; D. O’Connell,
Mafia and Antimafia: Sciascia and Borsellino in Vincenzo Consolo’s Lo spasimo, 2007, pp. 127-138. Per Macchiavelli si veda M. Carloni e R. Pirani,
Loriano Macchiavelli, un romanziere, una città, 2004; S. Magni,
Loriano Macchiavelli. Il giallo tra anni 70 e anni 80. Fine della modernità o inizio della postmodernità?, 2004, pp. 15-25; L. Somigli,
L’impossibilità del ritorno: morte e memoria in un romanzo di Loriano Macchiavelli, 2004, pp. 27-36; F. Manai,
Loriano Macchiavelli and the Italian Detective Novel of the ‘70s, 2006, pp. 660-674.
[10] Un resoconto dettagliato della storia giudiziaria di Carlotto può essere letto nella postfazione a M. Carlotto,
Il fuggiasco, 1995.
[11] M. Carlotto,
La verità dell’Alligatore, 1995;
Il mistero di Mangiabarche, 1997;
Nessuna cortesia all’uscita, 1999;
Il corriere colombiano, 2000;
Il maestro di nodi, 2002;
L’amore del bandito, 2009.
[12] F. Iori (a cura di)
Il facchino del Nord est. Giorgio Lago, un’eredità da raccogliere. Trent’anni di giornalismo critico, 2007, pp. 119-121.
[13] C. Pasqualetto,
Come nasce il fenomeno del Nord-Est, 2004.
[14] La Liga veneta è nata a Padova nel 1980 ed è confluita nella Lega Nord di Umberto Bossi nel 1991. Per una storia e analisi del fenomeno leghista in Italia, si veda Adalberto Signore e Alessandro Trocino,
Razza padana, 2008.
[15] L. Frigerio,
La mafia in Veneto, 2009
.
[16] M. Carlotto
, Nessuna cortesia all’uscita, 2006
, p. 86.
[17] ivi, p. 18.
[18] G. Traina,
Arrivederci amore, ciao: un futuro da vincenti nel Veneto delle mafie globalizzate, 2007, p. 109.
[19] M. Carlotto,
Nessuna cortesia all’uscita, 2006, p. 218.
[20] Per un’analisi dell’alienazione derivante dall’omogeneizzazione dei luoghi si veda F. Jameson,
Postmodernism or the Cultural Logic of Late Postmodernism, 1991, p. 83.
[21]L’intervista ha avuto luogo in un ristorante di Padova il 10 giugno 2009.
[22] Lo svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) ha scritto nel 1958
Dar Versprechen, tradotto in Italia con il titolo
La promessa. In questo romanzo, che ha l’emblematico titolo di
Un requiem per il romanzo giallo, l’investigatore Matthäi non riesce a risolvere il caso di una bambina uccisa in un bosco. Intuisce la verità, ma il suo ingegnoso piano per arrestare il colpevole viene ostacolato dal caso. Nelle pagine iniziali del romanzo, un personaggio, il dottor H., spiega al narratore che «un fatto non può ‘tornare’ come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari».
La promessa, p. 9.
[23] La trilogia risorgimentale include M. Fois,
Sempre caro (1988);
Sangue dal cielo (1999);
L’altro mondo (2002).
[24] Marcello Fois,
Meglio morti, 2000, p. 71.
[25] Id.,
Dura madre, 2001, p.103.
[26] G. B. Tuveri, Initium sapientiae. Ma chi oserà attaccare i campanelli al gatto?, 1977, p. 220.
[27] Nell’indagine sull’identità, come sostiene Margherita Marras, si può trovare un
fil rouge che lega la trilogia risorgimentale e quella contemporanea. M. Marras,
Connessioni e rilettura delle dinamiche politiche nazionali e regionali nell’opera di Marcello Fois, 2007, p. 82.
[28] M. Fois,
Ferro recente, 1999, p. 25.
[29] Secondo Luigi Bulferetti «i Savoia pretendevano di farvi prosperare culture tropicali» in L. Bulferetti,
Prefazione a Antologia storica della questione sarda, 1959, p.v. Questo è un chiaro esempio dell’atteggiamento della famiglia reale piemontese che, non conoscendo la realtà storica, geografica ed economica sarde, considerava questa parte del regno come un territorio esotico da sfruttare e su cui sviluppare improbabili piantagioni tropicali.
[30] M. Fois,
Dura madre, 2001, p. 186.
[31] Id,
Ferro recente, 1999, pp. 42-43.
[32] S. Chemotti,
Il primo tempo di Massimo Carlotto: tra autobiografia, “reportage” e “noir”, 2007, p.32. Chemotti parla dei romanzi di Carlotto come romanzi sulla
polis, intendendoli come opere di denuncia sociale. Io preferisco parlare di romanzi sulla
polis come di racconti sul territorio geografico in un discorso che poi si allarga alla denuncia sociale e politica.
[33] M. Carlotto,
La verità dell’Alligatore, 1995, p. 229.
[34] Negli anni Ottanta Felice Maniero e la sua banda si sono resi responsabili di rapine efferate, rapimenti, traffico di droga e di armi ed estorsione, prima indipendentemente, poi in collaborazione con la Mafia e la Camorra. Arrestato nel 1994, Maniero è diventato collaboratore di giustizia. Dopo varie polemiche a causa del suo status di semi libertà, oggi serve una condanna a vent’anni in un luogo segreto.
[35] M. Fois,
Meglio morti, 2000, p. 123.
[36] «–Mh,- si limitò a rispondere lei. – Roba da non credere: tra un poco il nostro paese avrà un nuovo partito politico».
ivi, p. 266.
[37] Leonardo Sciascia in un’intervista a
La Repubblica pubblicata nel 1989. Citata in E. Mandel,
Delitti per diletto, 1997, p. 182.
[38] O. Morro, Intervista a Massimo Carlotto, 2004.
[39] Mia intervista con Carlotto
.
[40] L’intervista ha avuto luogo a casa dello scrittore a Bologna il 10 ottobre 2007.
[41] Come un altro scrittore sardo, Giulio Angioni (1939), Fois sembra incoraggiare, con il resto dell’Italia e il Governo centrale, un dialogo in termini di uguaglianza, piuttosto che di sudditanza e di corruzione. In questo senso la posizione di Fois sembra più vicina a quella dello storico Luciano Carta che sostiene che la coesistenza di vecchio e di nuovo, di tradizione e di apertura verso l’esterno sono elementi importanti su cui è nata l’idea di Sardegna in contrasto con la famosa «costante resistenziale sarda» formulata da Giovanni Lilliu. L. Carta,
Storia e identità, 2002, p. 185 e G. Lilliu,
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