“In tempo reale”: la rivoluzione al presente del teatro di Ascanio Celestini
quello di ricostruire la cultura del
popolo […] per ridarla al popolo e
farne lo strumento più alto, più
progressivo della rivoluzione».
D. Fo, Fabulazzo
1. Per fare un albero…
A. Celestini, Radio Clandestina
Il mio teatro non è politico se per politica intendiamo la volontà di fare denunce o propaganda ideologica. No. Il mio teatro è politico perché mostra che c’è un altro modo di guardare le cose. Che c’è un punto di vista dal basso. Una quotidianità della storia.[6]
Quando [mia nonna Marianna] diceva che i racconti di streghe sono veri, forse, era come se dicesse che la verità non sta nel racconto ma nel bisogno di raccontarlo. Per Marianna il racconto serviva davvero a qualcosa: serviva come una pala serve per scavare una buca e piantarci un albero. Per lei il racconto doveva essere utile e non semplicemente bello[8]
Quando penso alla memoria di mio padre penso a qualcosa che non si trova al distributore istituzionale. È un prodotto fatto in casa, come il basilico coltivato sul balcone. Io lo mangio, e mi piace anche se c’ha le foglie della grandezza sbagliata.[11]
2. Ma chi l’ha detto che il tempo è denaro?
non presta attenzione a come un
prodotto viene costruito, è attenta
solo a come l’oggetto viene
consumato».
A. Celestini, Storie da legare
Alla base di tutti i miei lavori c’è una storia che ho ascoltato. […] ascolto le persone e immagino. Costruisco immagini con le storie che ascolto e queste immagini suggeriscono altre storie e mettono in moto altri racconti.[18]
Fabio si guarda la sua fabbrica che sta morendo e pensa a quando era ragazzino, ai campioni operai che uscivano dal cancello dell’acciaieria. Pensa alla necropoli che torna a galla. È il presente che ci parla ininterrottamente, che ci racconta la sua storia in continua trasformazione. Il passato sta zitto, ha la riproduzione meccanica della letteratura, l’eco della memoria, ma la viva voce è solo quella del presente. È nel presente che succedono le cose.[20]
Fino a quando la fabbrica era un “cementificio ammirato da tutti” anche se si lavorava sotto lo sfruttamento “prima delle camicie nere e poi anche di quelli col vestito nero fino ai piedi”, l’identità della persona era forte perché prendeva forza da un’identità collettiva, quella degli operai che erano “… la seconda famiglia!”. […] Adesso l’identità dell’operaio è più vicina a quella dell’individuo che acquista un oggetto piuttosto che a quella dell’individuo che lo produce.[22]
Il mio racconto si chiude con la fabbrica ridotta a un cumulo di macerie, ma se ci dovesse essere un seguito a questa storia dovremmo vedere quella costruzione diroccata trasformarsi in un grande centro commerciale circondato da palazzine e ipermercati della scarpa e del divano, del panino e del mobile componibile…[24]
Io sono morto quest’anno.
Tutti volevano morire quest’anno.Chi ha vissuto fino a oggi ha visto tutto quello che si poteva vedere.
Ha visto i cani nello spazio, gli uomini sulla luna e un robot a rotelle su Marte. Ha visto esplodere New York, Londra e Madrid e non più soltanto Kabul e Bagdad. Ha visto l’ovetto Kinder che trasforma tutti i giorni dell’anno in una Pasqua infinita. Ha visto il latte in polvere, il vino in tetrapak e le fragole con l’aceto.Tutti volevano morire quest’anno perché dal prossimo non si vedrà più niente di nuovo. Il mondo si ripeterà come la replica di una trasmissione andata già in onda. Il futuro sarà un riassunto delle puntate precedenti. Da domani anche lo sterminio sarà uno spettacolo noioso.[28]
In due anni ho raccolto storie su un lavoro che cominciava a non esistere più. L’astronave stava ripartendo con tutti i suoi marziani a bordo. Adesso è sbarcata in Cina e India, in Romania e Albania. Adesso i marziani sono scappati e il lavoro e cambiato… Il lavoro c’è ma non si vede, è un trucco di magia. […] Adesso il lavoro non è più quello dei marziani che sbarcano sulla terra con la loro astronave-fabbrica. Adesso le aziende sono apparizioni che si intravedono tra un condominio e un centro commerciale. Scappati i marziani sono arrivati i fantasmi.[30]
I lavoratori del call center quando escono dal call center non parlano più del call center e non dicono neanche che lavorano lì. Allora, in termini “neo-gramsciani”, l’intellettuale organico è quello che in qualche maniera dà la possibilità di parola a questi che neanche sanno che possono dirla sta’ cosa, con quali parole.[33]
Uno che lavora oggi in una situazione tipo il call center e ha tra i venti e i trentacinque anni e fa questo lavoro precario non sa che male ha ma sa che sta male. Non è che non ha preso coscienza di questa cosa, spesso non ce l’ha proprio la coscienza. E quindi non si rende conto del fatto che non può più andare al sindacato perchè il sindacato non lo rappresenta più, non sa che non si può rivolgere ai partiti perché i partiti non lo rappresentano più. È più facile che vada da un cantante rock, è più probabile che si rivolga a un presentatore televisivo, è più facile che si rivolga al giornale locale: è più facile che faccia questo in maniera incosciente. La questione è che non c’è ancora una nuova coscienza e la vecchia coscienza non ci serve più: ci serve per un fatto storico, per sapere che quella cosa che stiamo facendo è lavoro a cottimo, che quella cosa che abbiamo firmato è un contratto, che quella persona che sta lì è un responsabile del personale.[34]
Una volta le persone che appartenevano alle diverse classi sociali avevano anche culture diverse. Il ricco suonava Mozart, il povero ballava il saltarello. Oggi è possibile che sentano entrambi De André e D’Alessio, oggi la differenza è nei soldi.[35]
3. Tra cinque minuti comincia la rivoluzione
ma gliela devi mostrare come il culo delle
ballerine.
Come una cosa bella e impossibile.
Gliela devi raccontare come una favola».
A. Celestini, Il popolo è un bambino
Una letteratura che si dà nella scrittura e nell’oralità, ma che soprattutto procede dall’esperienza e torna nell’esperienza. In mezzo ci sono gli individui che si servono degli strumenti che imparano a usare, ma che sono soltanto strumenti, giochi. In mezzo c’è indifferentemente la musica o il teatro, il cinema o i libri. In mezzo c’è il mezzo.[38]
Un teatro che non sia giostra o luogo di divertimento e di evasione, ma un vero teatro popolare che parla una lingua comprensibile a tutti. Un teatro visibile, come è visibile il supermercato, l’edicola dei giornali, il benzinaio. Un teatro oltre il teatro, che non serve soltanto ai teatranti ma che si renda utile (e magari indispensabile) anche per le persone che non sono direttamente interessate ad esso. Un teatro politico, insomma, un “atto pubblico”, luogo e insieme di avvenimenti che si trovano al centro delle relazioni di una comunità in un tempo che non sia quello sospeso della finzione scenica, ma quello concreto della vita. Un tempo reale.[39]
[1] La forte spinta orale del teatro di Ascanio si presta perfettamente alla trasmissione radiofonica, e infatti sono molte le occasioni in cui l’attore romano ‘approfitta’ del medium per verificare e approfondire la portata d’ascolto dei suoi progetti. Per una rassegna cfr.
http://www.ascaniocelestini.it/pages/radio_tv.php.
[2] Rispetto al primo anno di trasmissione (in cui andava in onda la domenica sera alle 23,30), il programma ha cambiato collocazione (dal martedì al venerdì a partire dalle 23,20 circa) offrendo ad Ascanio un appuntamento fisso il giovedì. Le performances di Celestini, della durata media di cinque minuti, alternano canzoni, microracconti e parabole sullo sfacelo quotidiano del nostro paese e costituiscono ormai uno straordinario catalogo di provocazioni surreali e grottesche. Per rivedere le apparizioni di Celestini cfr. http://www.parlaconme.rai.it/category/0,1067207,1067014-1068646,00.html.
[3] Cfr. A. Porcheddu, Contingenza, ironia, solidarietà, 2005.
[4] P.P. Pasolini, Dal laboratorio (Appunti en poète per una linguistica marxista), 1972, p. 1320.
[5] Si tratta di una dichiarazione di poetica originariamente apparsa su www.teatrodelmontevaso.it e poi ripresa da Gerardo Guccini nel suo saggio Poetiche e rituali di Ascanio Celestini, 2005, p. 69.
[6] A. Celestini, Nella fabbrica in cerca della vera Storia, il Giornale (ed. di Roma), 12 maggio 2003.
[7] È il caso di Cecafumo, antologia di fiabe popolari in cui rientrano anche i racconti fantastici della nonna, e Scemo di guerra, epica sublimazione delle avventure paterne, anche se le figure del padre e del nonno appaiono pure in altri luoghi, a testimonianza di una lunga fedeltà di ricordi e ispirazione.
[8] A. Celestini, Cecafumo, 2000, p. X.
[9] Questa affermazione consente di pervenire a uno dei nodi significativi del metodo di Celestini, ovvero l’esplorazione dei meccanismi e delle distorsioni della memoria; vale la pena richiamare qui un passaggio di Scemo di guerra che esemplifica l’ambiguo statuto di ogni racconto: «Quando uno si mette a raccontare… racconta e racconta… e all’inizio dice quello che è successo veramente, ma poi finisce per raccontare quello che avrebbe voluto che succedeva» (A. Celestini, Storie di uno Scemo di guerra, Torino, Einaudi 2005, p. 56).
[10] La sapienza affabulatoria della nonna emerge anche da un altro passaggio: «[Mia nonna Marianna] aveva un concetto molto chiaro del rapporto tra invenzione e realtà. Per lei era vero ciò che serviva veramente e non ciò che era semplicemente vero. Raccontando, ci faceva vedere cose che lei non aveva mai visto per riuscire a dire cose che altrimenti non potevano essere dette» (A. Celestini, Cecafumo, cit., p. XII).
[11] A. Celestini, Scemo di guerra. Il diario, 2007, p. 88.
[12] L’incipit di Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini (1998) è costruito a partire dalle suggestioni olfattive delle storie che, come organismi viventi, emanano odori diversi a seconda dei mondi che le hanno immaginate: «Perché mio nonno diceva che prima di incominciare a raccontarla… una storia si può dire che profumo c’ha, ma non si può dire se è una storia di vita fino a quando non finisce» (A. Celestini, Cicoria. In fondo al mondo, Pasolini, 2006, p. 65).
[13] ivi, p. 68. Su questi aspetti del teatro di Celestini cfr. S. Rimini, «Raccontare contromano». Ascanio Celestini e la performance della memoria, 2006, pp. 15-20.
[14] A. Celestini, A che serve la memoria, 2005, p. 38.
[15] Oltre alle influenze di Lombardi Sartriani e De Martino, vale la pena rilevare la lezione diretta di Aurora Milillo, con il suo La vita e il suo racconto: tra favola e memoria storica, 1983. Su questi aspetti del lavoro di Celestini si rimanda a G. Di Palma, Un testimone dell’apocalisse. Tradizione e invenzione nella tabulazione di Ascanio Celestini, 2005, pp. 85-121.
[16] A. Celestini, Il vestito della festa: dalla fonte orale a una possibile drammaturgia, 2003, p. 21.
[17] Gli storici del teatro appaiono per la verità piuttosto rigidi nell’accogliere la lezione dei nuovi performer; si deve soprattutto a Gerardo Guccini il tentativo di codificare delle formule critiche capaci di inserire i protagonisti del giovane teatro narrazione all’interno del panorama della drammaturgia contemporanea (cfr. G. Guccini, Il teatro narrazione: fra “scrittura oralizzante” e oralità-che-si-fa-testo, 2004, pp. 15-21; Id., Da Cicoria al monodramma, 2006, pp. 165-179). Patrizia Bologna, dopo anni di stretto contatto con l’attore in vista della tesi di laurea, ha pubblicato il contributo più organico sul lavoro di Celestini, in cui – al di là dell’indagine sui singoli spettacoli – emerge lo spessore politico-culturale del suo teatro (cfr. P. Bologna, Tuttestorie. Radici, pensieri e opere di Ascanio Celestini, 2007).
[18] A. Celestini, A che serve la memoria, cit., p. 37.
[19] Id., La pecora nera, 2006, p. 43.
[20] Id. Fabbrica, 2007, p. XIX.
[21] G. Di Palma, Un testimone dell’apocalisse, cit., p. 105.
[22] A. Celestini, L’estinzione del ginocchio. Storie di tre operai e di un attore che li va a registrare, 2005, p. 174.
[23] P.P. Pasolini, Siamo tutti in pericolo, 1975, pp. 1728-1729.
[24] A. Celestini, Fabbrica, cit., p. XIX.
[25] Id., La pecora nera, cit., p. 64.
[26] A questo proposito cfr. il folgorante giudizio di Edoardo Sanguineti, pubblicato nel retro di copertina dell’edizione in volume de La pecora nera: «non si sa se piangere o ridere, ma non importa niente. In questa compresenza assoluta di comico e di tragico si ritrova incarnata la grande modalità tragica moderna».
[27] «Da quando mi hanno assunta al supermercato io non sono più uscita. Qui dentro ci sono gli alloggi per noi che ci lavoriamo. L’azienda è contenta se restiamo dentro anche dopo l’orario di lavoro. Dice che è igienico, così non portiamo dentro i bacilli delle malattie. E poi qui si sta bene perché il clima è sempre lo stesso. È quello dell’autunno di Roma. A me mi pare che nel reparto dei surgelati si sente pure il rumore del vento, anche se le cassiere dicono che è il ronzio dei frigoriferi» (A. Celestini, La pecora nera, cit., p. 79).
[28] ivi, p. 3.
[29] Per cogliere fino in fondo le ragioni e l’impegno di questo collettivo cfr. A. Celestini, I precari non esistono, 2007, pp. 43-52.
[30] Id., Fabbrica, cit., pp. XVII-XVIII.
[31] Id., Appunti per un film sulla lotta di classe,
http: //www.ascaniocelestini.it/pages/teatro_dett.phd?id_teatro=9.
[32] Ibidem.
[33] È una dichiarazione di Ascanio Celestini citata in P. Bologna, Tuttestorie, cit., p. 50.
[34] ivi, p. 52.
[35] Con queste parole Ascanio Celestini presenta sulla sua home page lo spettacolo Appunti per un film sulla lotta di classe.
Per leggere il testo integrale cfr. http: //www.ascaniocelestini.it/pages/teatro_dett.phd?id_teatro=9.
[36] È una dichiarazione di Ascanio Celestini citata in P. Bologna, Tuttestorie, cit, p. 56.
[37] ivi, p. 57.
[38] Questo testo è uno degli ultimi scritti apparsi sul sito di Celestini per la presentazione di una serie di concerti intitolati Canzoni impopolari. La versione completa si può leggere su http: //www.ascaniocelestini.it/pages/maratoneti_dett.phd?id_i_maratoneti=5.
[39] Questo testo di Ascanio Celestini è la presentazione dell’importante manifestazione “Tempo reale”, svoltasi a Frascati il 22, 23 e 24 maggio scorsi. Si è trattato di una fitta tre giorni di incontri, spettacoli e dibattiti pubblici dedicati ai rapporti e alle possibili dinamiche fra teatro e politica. Per ulteriori dettagli cfr. http: //www.ascaniocelestini.it/pages/maratoneti_dett.php?id_i_maratoneti=4 (consultato il 14/05/2009).
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