La produzione intellettuale è un’attività scomoda. Culture, subalternità e dominio nella società italiana

Salvo Torre

1. L‘esodo degli intellettuali

Una società statica non può permettersi una produzione intellettuale originale né sperimentazioni o nuovi linguaggi, perché l’esistenza di possibilità differenti è problematica per il mantenimento dell’intero assetto sociale. Per spiegare ciò che avviene nella società italiana degli ultimi anni, non è necessario ricorrere ai modelli classici delle dittature novecentesche, ma il problema è anche più ampio del semplice dominio di un ceto dirigente obsoleto e di basso profilo morale e culturale, che pure in questi anni ha occupato la scena della politica. L’intera società italiana è ostaggio del proprio modello di dominio e della ricerca di una stabilità antistorica che si è tradotta in una stasi generale del sistema, soprattutto perché la produzione intellettuale, immateriale, è stata il fulcro dell’intero modello di sviluppo del paese dalla metà dello scorso secolo.
Sembra il prodotto di una sperimentazione foucaultiana in cui l’adesione capillare alle forme di dominio è passata attraverso la scelta di modelli che non proponevano neanche la difesa di specifiche categorie sociali. In breve la costante sottrazione di potere decisionale e di spazi di crescita collettiva ha ridotto la maggior parte della popolazione al ruolo di presenza marginale rispetto all’intero modello di dominio che prevede una selezione molto ristretta delle possibilità di espressione. In parte l’idea della microfisica foucaultiana sembra riproposta secondo lo schema classico del controllo capillare, soprattutto per quanto riguarda l’espressione artistica e intellettuale in genere; nulla vieta, infatti, la libertà di espressione, ma raggiungere i grandi canali di distribuzione e diffusione delle informazioni è una possibilità concessa a tutti solo in linea teorica. La libertà di comunicazione è indubbiamente una grande questione irrisolta delle democrazie occidentali, che affrontano nel loro insieme un problema generale di ricostruzione dei processi di rappresentanza. Un elemento che differenzia la società italiana dalle altre è però la marginalità del racconto, l’effettivo rifiuto che incontra chi prova a costruire una narrazione della società di questi anni. Al rifiuto si aggiunge un reale ostracismo, che ha portato all’allontanamento di autori dai grandi media e all’ostilità di alte cariche istituzionali nei confronti di personaggi che in altri contesti sarebbero oggetto di interesse e sostegno. Un secondo elemento è la scomparsa del ruolo sociale degli intellettuali, esclusi, allontanati, ormai raramente rappresentati anche nei grandi prodotti di comunicazione, se non in ruoli stereotipati e oleografici, spesso caricaturali.
Il principio della dialettica negativa di Theodor Adorno semplifica anche l’azione svolta dall’intero corpus sociale nei confronti degli intellettuali. I sistemi sociali (applicando la critica di Adorno all’intero funzionamento del sistema, non solo alla produzione filosofica di stampo illuminista) mirano a colpire e fagocitare qualunque forma di differenza, secondo un principio difensivo che si prefigge l’autoperpetuazione. In un contesto come quello italiano, in cui l’identità culturale è presentata come oggetto di una strenua difesa, tale principio si traduce in astratte rivendicazioni che sottolineano ancora una volta la distanza tra i processi di dominio e le esigenze sociali diffuse. L’identità culturale è desunta da elementi del tutto privi di fondamento e la coesione ottenuta per opposizione a fenomeni sociali ritenuti aggressivi. Si tratta di un costrutto teorico, evidentemente debole sul piano dei contenuti, tenuto in piedi solo dall’assenza di alternative. Si interviene per fermare chi racconta la società attuale senza fornire quadri edulcorati ed edificanti appartenenti ad un modello banale di società e ad una pessima letteratura. Così quasi tutti coloro che provano ad intervenire subiscono forme differenti di ostilità, inizialmente da parte dell’industria culturale, poi del dibattito politico, infine si giunge all’isolamento. Nel quadro delle possibilità concesse a chi costruisce narrazioni, rientra anche l’inchiesta giornalistica, che può essere accettata, purché si limiti al territorio imposto dal disarmante dibattito politico, quindi al giudizio sui comportamenti individuali, al gossip o alla piaggeria.
Non si potrebbe spiegare in altro modo la persistente presenza di riferimenti religiosi assolutamente privi di sostegno nella vita quotidiana di milioni di persone o l’insistenza con cui l’intera produzione culturale presenta come novità fenomeni sociali che si sono evidenziati nel paese all’inizio degli anni Settanta.[1]
L’opposizione tra intellettuali e interessi popolari è una tesi espressa con una crudezza e una virulenza ripescate direttamente, nei toni e nei contenuti, dal dibattito pre-repubblicano. I contenuti sembrano infatti totalmente estranei ad una società in cui la produzione intellettuale è ormai ben più allargata di quella del secondo decennio del Novecento, periodo in cui si potevano inserire gli intellettuali in uno specifico segmento sociale. Mentre la diffusione dei mezzi di produzione digitale e dei social network ha rimesso in discussione le forme e le modalità della produzione artistica e letteraria, in Italia i principali organi di stampa hanno ricominciato a parlare di ceti intellettuali e privilegi delle classi che non svolgono lavori manuali. Tutto ciò in un paese in cui la gran parte delle attività manifatturiere è in crisi o è sostenuta dalla manodopera immigrata. Dall’esodo degli intellettuali, espulsi o autoesiliati dai contesti della produzione politico-culturale, al costante intervento di censura, l’Italia di oggi esprime un complesso di pratiche di dominio che tende a negare ogni possibilità di alternativa, divenendo un paese in cui produrre forme originali di pensiero è una colpa.

2. Il deserto mediatico

Un unico autore virtuale, scarsamente competente e per nulla originale, ha soppiantato l’intera macchina della produzione immateriale italiana. Ovviamente gli spunti di originalità e le novità sono presenti e spesso ben accolte anche dal mercato, il problema rimane sempre quello della programmazione della grande industria culturale. Un’analisi del linguaggio parlato dal monolitico mondo dei media italiani, ad esempio, regala uno scenario sconfortante in termini di possibilità che vengono offerte al pubblico. La televisione, che negli ultimi vent’anni è stata il principale veicolo di informazione e organizzazione del tempo libero per la maggioranza degli italiani, esprime un ritardo nell’espressione e nella sperimentazione di linguaggi che può essere sostenuto solo dal monopolio reale del sistema. Come succede nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, la televisione perde costantemente spettatori, perché offre ben poco di nuovo o interessante, ma nel caso italiano il dato non rappresenta ancora un grave problema economico, dunque non serve a sostenere un’inversione di tendenza. Il risultato è un prodotto che nel suo complesso risulta drammaticamente in ritardo su tutto il resto del pianeta. Nulla risulta innovativo, a partire da una differenziazione tra programmi culturali e programmi di intrattenimento, che sembrava scomparsa all’inizio degli anni Ottanta del Novecento e che appartiene a moduli precostituiti totalmente estranei alla realtà del linguaggio attuale o delle pratiche di produzione digitale.
La sperimentazione è ridotta ad un paio di programmi e la novità consiste nella rappresentazione costante di un paese virtuale popolato da incolti arrivisti disposti a tutto pur di accedere alla dimensione della notorietà mediatica. In generale vengono dunque costantemente integrate forme di slang metropolitano (romano e milanese, spesso caricaturali e poco credibili), interpretate come espressioni della cultura popolare tradizionale (dunque confuse con i dialetti) e soprattutto come l’unico veicolo di avvicinamento della produzione televisiva e cinematografica a quell’entità astratta e confusa che nell’intenzione degli autori dei programmi televisivi sarebbe il popolo italiano. L’intento esplicito è quello di riproporre forme di comunicazione propagandistica in cui i contenuti politici siano veicolati da personaggi che assumono autorevolezza in quanto espressione di un vero sentimento nazionale e di una sana appartenenza ai ceti popolari. Il paese rappresentato è dunque del tutto virtuale, come sarebbe lecito aspettarsi nel regno dell’immaginario, ma l’ostracismo nei confronti delle alternative rende questo anche l’unico modello fruibile sul piano della grande diffusione. Lo stesso linguaggio viene dunque utilizzato nei contesti delle trasmissioni di informazione e di dibattito politico che ormai non possiedono più confini definiti con fiction e reality show. Un modello di dominio che ha relegato in una condizione di subalternità l’intera società italiana, che cerca altrove i propri spazi di rappresentazione e di crescita. Non si spiega in altro modo il successo ottenuto dalla traduzione in fiction di diversi romanzi che negli ultimi anni hanno rappresentato il picco dell’offerta culturale televisiva. Ogni volta che il prodotto culturale ha mantenuto uno standard qualitativo medio-alto il pubblico ha risposto positivamente, esprimendo nei fatti un certo disagio per l’offerta generale.
L’incidenza del problema rimane però alta, perché bisogna considerare che in Italia i lettori abituali di romanzi e saggistica sono appena quattro milioni,[2] meno di un terzo degli spettatori abituali del genere tradizionale dei teleromanzi. Il risultato può essere l’esclusione programmata di ogni forma di differenza dal dibattito culturale sia politica sia semplicemente sociale.

3. La società senza ibridi

Un aspetto che potrebbe colpire l’immaginario di uno studioso che affronti per la prima volta la cultura italiana contemporanea è l’inesistenza di un reale processo di ibridazione. Non si avverte la presenza di culture differenti o la tendenza ad assorbire nel linguaggio forme e costrutti provenienti dalle lingue delle comunità di migranti. In tutte le società soggette a fenomeni migratori di grande portata, dopo la fase della scoperta o quella del conflitto tra modelli culturali, è stato possibile notare la forte presenza di processi di ibridazione, in cui nuove forme linguistiche e letterarie si sono ritagliate un proprio spazio nel complesso delle espressioni culturali delle società di accoglienza. La cultura tedesca e quella francese contemporanee, ad esempio, devono molto all’apporto del linguaggio e delle tradizioni mediorientali e nordafricane, soprattutto sotto il profilo dell’innovazione linguistica e comunicativa. Nonostante il fatto che rimanga innegabile la dimensione di subalternità degli abitanti delle banlieues, è evidente come abbiano prodotto una precisa dinamica comunicativa che riesce a connotare inequivocabilmente tutta la recente produzione culturale francese. Più semplicemente si potrebbe anche valutare un puro apporto lessicale, la quantità di lemmi che hanno trovato spazio nelle lingue europee e conseguentemente in tutte le forme di narrazione. Hannah Arendt definiva il problema sotto l’aspetto della prima percezione da parte delle società europee, in cui lo spazio interno moderno e metropolitano si era costituito come frutto dello sfruttamento esterno delle colonie.[3] Dopo oltre quattro secoli e la dissoluzione forzata delle culture subalterne si è esaurito anche il percorso delle culture coloniali, il risultato è un nuovo spazio culturale planetario, destinato a determinare il futuro delle comunità globali. I cultural studies si sono interessati molto al fenomeno dell’ibridazione culturale, giungendo a considerarla un paradigma interpretativo dei processi generali di mutamento sociale. L’azione delle culture dominanti ha scompaginato l’intero assetto delle società coloniali, che hanno affrontato un percorso di trasformazione il cui risultato è stata una cultura ibrida, non più subalterna, ma non interpretabile come una semplice sintesi degli elementi di dominio estrapolati da due culture precedenti (quella dei colonizzatori e quella dei popoli sottomessi). Homi Bhabbha, ad esempio, considera la cultura ibrida come un «terzo spazio», frutto di diversi momenti di sintesi e di un complesso processo di genesi culturale.[4] Il nuovo spazio si produce indifferentemente in un paese coloniale o in paese di forte immigrazione, è il motore del mutamento. Non si può neanche definirlo un processo recente, perché probabilmente si tratta della dinamica più classica della relazione tra culture dominanti e subalterne, ciò che potremmo definire il fondamento delle identità culturali.[5]
L’elemento che rende l’analisi della società italiana peculiare è però proprio la staticità assoluta del modello sociale. Mentre è evidente la subalternità ai modelli di dominio e ai linguaggi globalizzanti, soprattutto rispetto a quelli provenienti dalla matrice ibrida statunitense, non emerge in alcun modo un processo di ibridazione locale prodotto dalla presenza di culture migranti. Il rischio è quello che l’intera cultura italiana si trovi racchiusa in un contesto provinciale, indietro di decenni rispetto al dibattito globale. Il mercato è dominato da un linguaggio, percepibile per la grande diffusione, che non prevede in nessuna forma l’apporto di nuove identità. Si nota cioè la figura del migrante come stereotipo narrativo, ma è pressoché assoluta l’assenza della sua cultura, se non nelle forme esteriorizzanti, considerate meno problematiche. Esistono diversi autori che scelgono l’italiano come lingua di adozione proponendo interessanti novità,[6] ma la loro marginalità è evidente se si leggono i contesti generali. L’invisibilità nei contesti sociali[7] si traduce anche nelle forme della comunicazione, in cui i migranti esistono solo in funzione di ruoli secondari, proposti spesso per le difficoltà di vita sottolineate con accenti paternalistici dall’intera produzione dei media, che però impedisce qualunque tentativo di introdurre narrazioni che potrebbero porre sullo stesso piano le culture dei migranti e la miscela di definizioni astratte presentata come identità italiana.
Un prodotto rilevante della stasi della grande comunicazione sembra dunque essere anche l’assenza di processi di ibridazione culturale, fenomeno che non si è verificato neanche nei paesi che hanno rappresentato il motore della macchina coloniale europea. Senza una forte aspirazione verso il cambiamento è improbabile che possa esistere una letteratura politica libera e originale.

4. Il potere della narrazione

Roberto Saviano è un autore che si inserisce in un filone consolidato della tradizione letteraria europea, lega la critica sociale e l’inchiesta alla descrizione di grandi quadri sociali che, in genere, presentano molti personaggi, protagonisti per poche pagine. I testi dell’autore campano rispondono al modello classico della letteratura di impegno civile, negli assunti e nelle forme che assumono. Ciò che ha reso popolare l’autore è probabilmente l’esigenza della perpetuazione di tale filone da parte di un grande pubblico in cerca di riflessioni sulla realtà italiana. La risposta che il modello di dominio ha dato alla fortuna degli scritti di Saviano è chiarificatrice della situazione di un paese in cui non si possono perdonare i tentativi di ricostruire una narrazione differente. Oltre agli interessi diretti, alla corruzione e a legami che il ceto politico ritiene sbagliato rendere pubblici, sussiste un problema generale di accettazione della fortuna di una narrazione differente, in cui esistono problemi sociali e possibilità alternative. Roberto Saviano è oggi l’oggetto di una contesa molto più grande del semplice contrasto tra la libertà di pensiero e la criminalità organizzata che vorrebbe eliminarlo, la contraddizione riguarda infatti esplicitamente i suoi lettori e la parte del paese che sostiene la forma di dominio costruita negli ultimi decenni ed è disposta a sacrificare definitivamente la libertà di espressione e la possibilità anche teorica di raccontare la società italiana attraverso filtri di lettura differenti. Si è trovato suo malgrado a rappresentare una sintesi dell’intero problema della cultura italiana. L’espressione originale della cultura italiana – il linguaggio e le forme di narrazione di una società ormai rinchiusa in una dimensione subalterna – è diventata dunque un luogo fondamentale di conflitto politico e la produzione intellettuale un’attività scomoda. Si tratta di una percezione quotidiana che può avere chiunque sia impegnato nell’organizzazione di eventi, nella produzione artistica, in quella letteraria. Una percezione distorta, propria in genere di chi legge la realtà sociale attraverso il filtro della cultura globale.

 


[1] I processi migratori, ad esempio, che in Italia hanno ormai più di quarant’anni, ma vengono regolarmente presentati come un tema di stringente attualità; sul tema vedi S. Palidda, Mobilità umane, Milano, Cortina, 2008; dello stesso autore (a cura di), Razzismo democratico, Genova, Agenzia X, 2009.
[2] Il dato che si rivela costante, si può desumere da tutte le statistiche condotte dall’inizio degli anni Novanta (ISTAT, FNSI, IPR).
[3] Vedi H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, Ed. di Comunità, 1999.
[4] Cfr. H. Bhabha, in J. Rutherford (a cura di), Identity, Community, Culture, Difference, Lawrence & Wishart, Londra, 1990.
[5] I. Chambers, Paesaggi migratori, Roma, Meltemi, 2003.
[6] Cfr. A. Portelli, Le origini della letteratura afroitaliana e l’esempio afroamericano, in «El-Ghibli», n.3, 2004.
[7] Cfr. A. Dal Lago, Non persone, Milano, Feltrinelli, 1999.