La Libellula Poesia

Se il sole si rompe. Una poesia (già) inedita* di Alda Merini
a cura di Giuseppe Polimeni e Marco Sonzogni

Alda Merini

Se il sole si rompe

Se il sole si rompe
vuol dire che qualcosa si ripete
anche davanti alla purità del destino
e che l’io senza macchia e senza paura
viene preso dal serpente dell’inganno
che alita in queste mani.
L’invidia che penetra gli orizzonti
non vede che la vita si ripete
di giardino in giardino
di figlio in figlio
e che si ammala di pentimento
solo perché il mondo è pieno di uomini.

(1994)

*Nota
Un afoso pomeriggio di luglio del 1994 facciamo visita ad Alda Merini, lungo il Naviglio di Milano, sulla Ripa di Porta Ticinese. Le portiamo in dono una stecca di sigarette del tabaccaio di sotto e una piccola scultura di pietra a forma di sole, che appoggiamo sul tavolo felicemente affollato di cose e parole. Parliamo del tradurre in inglese alcune sue poesie, ma inavvertitamente, appoggiandoci, spostiamo qualcosa sul tavolo: il sole di pietra cade a terra e si rompe. Alda Merini interpreta la nostra delusione: il suo sguardo cambia d’intensità, e cambia anche la sua accoglienza, che da aperta e affettuosa si tramuta in un comando a scrivere. Il suo dettato – questi versi – viene da noi raccolto sull’occhiello del volumetto Sogno e Poesia (Milano, Edizioni La Vita Felice-Carte d’Artista, 1994): a siglarlo una penna Mont Blanc, ricordo di un giorno tra i colonnati universitari di Pavia, ricordo smarrito però quel pomeriggio a Milano, chissà dove, tra cose e parole. Prima di congedarsi Alda ci affida alcune foto: qualche recente polaroid a colori e una in bianco e nero di lei bambina, che accompagna questa edizione di Se il sole si rompe. La poesia è apparsa sulla rivista «Pagine Lepine», diretta dall’amico Dante Cerilli, che a suo tempo accolse questi versi: «A luglio sui navigli. L’incontro con Alda Merini (Per il sacrificio del sole la vita si ripete)» («Pagine Lepine», II, 1996, 4, p. 4).

G.P. & M.S.

Stefania Licciardello

Tre poesie

1.

non sussurro
canto
e non fa male
al corpo imperfetto
la parola senza strappi
intera resta in volo
è l’origine
orale fronda
non è monca senza il tronco
senza paura nomina
la voce di uno sconosciuto
canzone preferita
stomaco dei miei digiuni
stai lontano dalla rabbia
rimani libero
sempre
senza febbre
pronta al grande salto
ho perso la città non sgomento
so che ti trovo alla luce calma
trema piano
come un manto d’olio
al fischio del mondo la camera ci esplode
in un mare scuro
nuovo nuovo
siamo pesci
i primi
muti

2.

entrambi avevamo bisogno di parlare
senza tonnellate
le prime parole furono inquinate
come l’acqua al mattino
la parola è inciampo
d’acqua sulla pietra
maldestro detrito
del pensiero che galleggia
per essere raccolto
qualcuno mi fa una domanda?
sparita la linea di terra
galleggiano uomini
che forse non hanno mai vinto
vuoi parlare?
prima capovolgi la pioggia
ascolta dall’orecchio della goccia
lo spruzzo dell’acqua sulle margherite
sai dirlo senza sminuirlo?
entrambi non avevamo più bisogno di parlare
ma neppure di gambe e di braccia
il sole e la luna
inciampano sull’orizzonte
e si salutano

3.

tifo per gli apaches al mattino
metto rossetto rosso
e vengo a piedi
al disfacimento degli imperi dei trattati delle repubbliche
ti incontrerò a metà del ponte
scalzi
ci accorderemo per uno scambio etnico senza ostaggi
raseremo i capelli ad essere uguali
mischierò flanella grigia a rayon colorato
è audace come l’orzata sciolta
come i tuoi occhi dissolti nella vita
e le mani in terra a ritrovare la rabbia della pianta assetata
le paure stanno nello stomaco
non guardare mai brutto
l’aria contro il tuffo
parlaci

* Stefania Licciardello è nata in Sicilia nel 1967 dove lavora. Ha collaborato alla scrttura di alcuni spettacoli del primo gruppo di Teatro “Gestione di cauta apparenza”, fra cui: “Altre” alla Sala Neva Catania,1993; “Vitamara” all’Ex Falegnameria Catania,1995; “Avviso mistico” al Teatro Vascello Roma,1998; “Corpus”, selezionato alla Biennale giovani/Teatro Roma, Ex Mattatoio, 1999. Dal 2001 a tutt’oggi collabora con diverse compagnie sotto la direzione di Piero Ristano e Monica Felloni. Con loro ha scritto testi per: “La ruota del pavone” al Teatro Verga, Catania, 2001; “Passaggio d’ali”, Centro Culture Contemporanee ZO Catania, 2002; “…Quando mi chiedi di Venezia”, Teatro Comunale di Trecastagni, Catania 2008; “La torre”, Teatro Sangiorgi Catania, 2008.

Vincenzo Frungillo

Finali di Storia
sott’acqua

L’ultimo sogno di Stephan
(da Iter Stultorum)*

«Dopo essermi bagnato nei loro sguardi
torno all’asciutto dei miei occhi
finalmente fuori,
eravate sublimi come spettri,
ma adesso bisogna predicare
verità elementari, guardare nostra madre
che si piega nelle sue rughe.
Aspettare che si ritiri il mare».

*È la primavera del 1212 trentamila ragazzi francesi e ventimila tedeschi partono per le crociate. Il fanciullo che guida la crociata dei francesi è il pastorello francese Stephan che decide di partire per la terra promessa dopo aver sentito una voce e aver letto delle misteriose lettere azzurre cadute dal cielo. Comincia così a predicare la crociata popolare, detta dai testimoni e dai commentatori del tempo la crociata dei fanciulli. Molti seguono il giovane pastore, abbandonando le loro città natali, i loro beni, gli affetti e la loro terra. Nessuno, neanche il papa Innocenzo III, riesce in quell’insolita primavera, a spiegare quel fenomeno d’emigrazione di massa. I fanciulli partono di loro spontanea volontà verso la Terrapromessa, senza mai inneggiare al nemico saraceno. Stephan si dirige a Marsiglia dove, “come Mosè”, attende che le acque si aprano ai suoi piedi. Non essendosi avverato il miracolo, i fanciulli accettano l’offerta di mercanti senza scrupoli che gli offrono la possibilità di un viaggio in mare verso il Medio Oriente. In realtà fanno rotta sulla Sardegna dove li attende una stazione sulle vie del mercato degli schiavi. Le navi, sorprese da una bufera, fanno naufragio. Nessuno dei fanciulli si salva dal disastro. Di Stephan, dopo Marsiglia, non si è avuta più notizia.

Marsiglia è alle sue spalle,
non si sono aperte le acque,
ma lui le ha attraversate
giù, scendendo fino in fondo,
si è trovato ai piedi del mondo
e sospeso nel blu cobalto
ha guardato in alto
il suo soffitto di smalto.

Ha seguito gli stiletti di luce
sguainati nei fianchi delle orate
e i pesci dai teschi umani
che fanno luce dai bulbi oculari;
è allora che ha risentito
le parole del santo padre:
«Se perdi di vista il sole
cancelli anche il tuo nome».

E’ sceso così dalle braccia del Signore
come un argonauta senza più terre,
se non il mare e la sua eterna comunione;
e ora sente il battito della corrente
si piega dolcemente sulla dorsale della madre,
accumula accenti, sentimenti,
duri come lo smalto dei denti

e afferrato dal morso del futuro
prepara lo spazio per i nuovi venuti;
guarda la strutturale della madre
partorire sangue, li vede arrivare
sottili come le alghe,
come un millepiedi sul fondo del mare:

Coro dei dispersi:

«Siamo annegati vicino Lampedusa
altri sono dispersi al largo della Puglia
siamo una falla della Storia
solo questo ci accomuna.

Eravamo acqua terra fuoco
poi ha parlato per noi il vuoto,
ci ha spinti tra le onde
a spiare le coste,

tentare la via del mare
e naufragare naufragare…
la terra non ci ha accolto,
nessuno ci ha sepolto
offriamo a te il nostro corpo,
la nostra fine sarò il vostro inizio.»

«Affonderemo! Affonderemo!»
Grida Stephan a quella vista
e chi lo sente tornare a se stesso
come il messia che abbandona il sepolcro
sa che ha ritrovato il proprio corpo.
Dopo Marsiglia non si è saputo più nulla
del pastorello, perso nella Storia
senza più il nemico saraceno.

Saška il pesce.

Beslan, Settembre 2004

«Sentite? Questa è una classe che si muove».
Dice la maestra al primo giorno di scuola
origliando lo stridio dei banchi
che proviene dal piano di sopra,
ma Saška, nell’autismo della memoria,
aveva pensato a quel fischio
come al lamento di una balena,
per lui il mondo è come una bolla d’acqua
e i compagni sono una specie silenziosa;
c’è la medusa, evanescente,
nella sua veste di tulle rosa,
c’è Dimitri la seppia
con la carnagione così chiara,
c’è il gambero che galleggia
e che ad ogni domanda indietreggia.
Saška vorrebbe capire,
in quella corrente di traiettorie,
qual è la sua specie,
e quando irrompe l’uomo dal costume nero,
lui pensa che sia un sommozzatore,
della specie adulta,
e quando in classe spara
dal kalashnikov sulla spalla,
e lui è quasi il primo a cadere a terra,
per un attimo pensa:
«Chissà perché la razza umana
si vede così poco sui fondali della Storia».

Sonetti da Terre Straniere

I.
La prima madre.

Hai urlato come per rompere il vetro
dello spazio, del tempo consentito,
per scorgere cosa c’è dietro
lì dove ora si nasconde tuo marito.

Ho passato il mio dito sul suo volto di cera,
ci ho provato anch’io,
ma non è servito.
Ora, che un’altra donna vuole suo figlio,

nessun segno del destino
ce lo rende vicino.
Si sono chiusi i suoi occhi

e sui suoi occhi,
ancora più stretti,
si sono chiusi gli occhi di Dio.

II.
Chiarori. Napoli.

Adesso c’è qualcosa che dura
ora che la Storia ritrova la sua natura,
che ogni scelta la vista rinserra
sotto un diverso strato di terra,

che, per una strana carestia, una vita
non può salvare un’altra vita;
così chi aveva promesso
che non avrebbe più tinto i capelli

se il suo amore non avesse sofferto,
adesso imbianca,
esposta, sulla superficie della terra

come se fosse sgranata
dagli occhi affamati
di chi non resta

III.
Fuochi fatui. Napoli.

Solo le lenzuola usate
ricordano la tua presenza
nelle camere abbandonate,
lei, dopo averle lavate,

le stende ad asciugare.
E’ rimasta sola,
con un foulard viola
che copre il suo tumore.

Intorno la città brucia, muore.
“Non serve pulire la biancheria
se poi scende cenere sulle case vuote.”

E strappa le mollette, ad una ad una,
liberando dalla sua stretta l’ombra,
che un giorno era solo mia.

IV.
Emigrazioni. Milano.

Escono dai sediolini dei loro viaggi
come tanti nervi vivi dai denti guasti,
portano una piega scomposta della testa
come ruga perenne della loro stanchezza

è la loro ed è la piega straniera
di chi consce lo spostamento,
il bivio mortale da cui nasce ogni accento,
loro annotano il vento,

perché è impossibile fermarlo,
tenerlo dentro,
lo spifferano, piuttosto, in uno sbuffo di gelo,

nello spazio d’un volto,
scomparendo, ogni giorno, all’alba, di nuovo,
nello sbadiglio del mondo.

V.
Risorgimento. Magenta.

Sono Solo Sonno. Si legge sulla centralina elettrica
della stazione di Magenta e in quella scritta
di vernice nera l’energia cinetica
interrompe la sua regola, ritrova la sua etica.

Allora tutto si ferma. E la battaglia,
ricordata con una targa commemorativa
ritorna nella nebbia, così anche le grida.
L’Italia risorge questa mattina dalla poesia

d’un adolescente che finisce l’impresa
iniziata più d’un secolo prima;
resistere alla voce straniera, all’incondizionata resa

del cupio dissolvi della nuova politica,
descrivere la provincia che fagocita
e il fagocitare che fa dell’Italia provincia.

VI.
La città del popolo. Völklingen

Ora vivo dove riposano gli elefanti
lì, dietro le ciminiere, tra le balle di ferro
puoi trovare il loro cimitero,
hanno la gabbia toracica ancora gonfia nel fiato.

Ci sono carrelli che salgono piano,
portano carbonfossile al cielo,
dal loro odore si sente quant’è nero.
Un operaio mi viene incontro, mi stringe la mano,

dice che è caduto lavorando-
i fantasmi hanno le dita molli del dubbio
come di chi saluta senza volerlo-

lui di questo posto è il guardiano,
controlla che nessuno tocchi l’avorio,
quel poco rimasto, dice che adesso solo io posso vederlo.

VII.
L’onda anomala

Lasci l’istinto minimale,
le cose poco serie, i refusi sul giornale,
a chi ancora crede in una correzione
e fissi l’orizzonte,

la sua pancia gravida di onde.
Resti in piedi nella secca, una sogliola ti fissa,
resta muta la natura, tutt’intorno si ritira
con l’onda di risacca che respira.

“Torna! Torna!”
Grida qualcuno dalla riva,
ma tu sai che la marea arriva,

che è l’ultima tua sfida
risalire in superficie,
ritrovare volume, riassaporare la fine.

*Vincenzo Frungillo nasce a Napoli nel 1973. Nella stessa città di Napoli completa un dottorato in filosofia teoretica occupandosi del linguaggio in Martin Heidegger, Il rischio di una reificazione del linguaggio. Selbst e perdita di Selbst in M. Heidegger, anno 2002. Negli anni successivi ottiene l’ammissione ai seminari sulle biopolitiche organizzati da Roberto Esposito presso l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa. Pubblica saggi filosofico-scientifici e letterari su riviste (Atti dell’accademia scientifica e morale, NAE, Atelier, Immaginazione) e libri collettanei (Biopolitiche): scrive su Heidegger, Foucault, Wittgenstein, Fenoglio, Celan, Luzi, Pagliarani ed altri. Tra il 2000 e il 2001 dà vita a diverse iniziative sulla poesia nella città di Napoli. Nel 2002 pubblica il libro di versi Fanciulli sulla via maestra. Nel 2007 è finalista del premio Antonio Delfini. Nel 2008 è selezionato per RicercaBo. Tra il 2002 e il 2006 scrive il poema in cinque canti Ogni cinque bracciate, edito nel 2009 per la casa editrice Le Lettere, a cura di Andrea Cortellessa, con prefazione di Elio Pagliarani e postfazione di Milo De Angelis. I suoi versi sono compresi in antologie e riviste.

Marco Giovenale

Quattro malatini

pass

con un cavo passante | risolvono | se non risolvono l’eidolon
mettono in asta l’intero archivio, il fratello morta la sorella, fa così
casse intere di inediti | genesi e scomparsa delle navi

non epa | non pensarono forse | noi usciamo e andiamo a cena
prova | scusi glielo passo | tempo mezz’ora
il segreto della croce e dell’aquila

bicicletta (contromano) | (problemi d’interpretazione)
il berretto basso | il berretto rosso | spaziatura | elenchi |

* * *

mezzogiorno = vitto

quanta esperienza, (quanto) Paride,
l’inetto che vale prima
(prevale).

degli abeti qui fuori sa dire
troppo sani o troppo malati

……………………………

– timor sui – non si decide.

……………………………

in ogni caso il carico di aghi
è senza controllo.
(e chi vorrebbe cosa, poi?)

le elitre Isuzu fanno il lungolago.
l’acqua le doppia. sempre
con quella sua fede compunta.

misurazione del tempo in male.

* * *

bloccato dalla finanza
through the grapevines
through the graveyards
trova il trou il truc du
monde non è mestieri
si taglia con la corda
si lega per la lama
passa il lungarno alla
carraia torna a scuola
a biologia si deve sempre
tornare a scuola alla
biologia alfa per alfa
occhio a occhio

* * *

faccia volgare. di banno, ha. largalunata, di
villano del mille.

lo scaffale | si seccano
i semi, inchiostrature

shelf ___________________ self

*Marco Giovenale (1969) vive a Roma e lavora in una libreria antiquaria. È redattore di http://gammm.org, http://letteregrosse.blogspot.com, «bina», «Sud», «Or», e di alcune pagine web non italiane. Collabora alle pagine culturali del «manifesto». Testi in versi o in prosa, o saggi, sono comparsi nel tempo in riviste, tra cui «il verri», «Poesia», «Nuovi Argomenti», «Rendiconti», «Semicerchio», «Private», «l’immaginazione», e varie altre. Libri recenti: in prosa, Numeri primi (Arcipelago, 2006); in poesia, Criterio dei vetri (Oèdipus, 2007), La casa esposta (Le Lettere, 2007, collana FuoriFormato), Soluzione della materia (La camera verde, 2009). Altre poesie e prose in Parola plurale (Sossella, 2005), Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007), e nell’antologia del Premio Antonio Delfini 2009. Per Sossella ha curato nel 2008 la raccolta di Roberto Roversi, Tre poesie e alcune prose. La sua pagina web è http://slowforward.wordpress.com