Appunti per un quaderno di volo
Alessandro Di Prima, Laura Incalcaterra McLoughlin
Sull’aereo Dublino-Roma delle 7 del mattino di solito s’incontrano viaggiatori italiani di rientro, uomini d’affari irlandesi che partono per un incontro nella capitale italiana, qualche famiglia, pochi bambini. Insomma una tipologia umana ben precisa, che sigla con la propria composita identità un segmento di tempo. La narrazione di un tempo. Così per lo meno appare a noi, viaggiatori stagionali che quel tratto di spazio lo copriamo con cadenza abituale. E il quadro d’immagini che si delinea allo sguardo ci sembra una metafora plausibile, seppure arbitraria (ma questa è la nostra esperienza, il dato sensibile – nella terminologia scientifica: ‘empirico’- e al dato empirico, qui come altrove, non ci si vuole sottrarre), di tutto quello che dovrebbe appartenere ad ogni costellazione letteraria: l’elemento umano, una misura temporale e il tratto spaziale, un punto da cui partire, il vettore come la resistenza, la direzione prevista e quella da intraprendere, il luogo di arrivo. Insomma, una fisica elementare ad ogni movimento, anche immaginifico.
In mezzo, si sa, ci sta il paesaggio, le sue forme (siano esse materiali come ideali), la visuale scelta (che è sempre una posizione strategica), la prospettiva a volte casuale oppure imposta, le attese personali e ogni possibile involontaria deviazione o perturbazione; e ancora, come se non bastasse, l’irriducibile serie di alterità a tutte le variabili summenzionate. E lo stesso sarebbe se il volo fosse, ammettiamo, quello da Caracas per Toronto delle 3 del pomeriggio o se a viaggiare fosse un treno nella notte lanciato verso sud con tutt’altro genere di persone a bordo. Certo, il risultato – o meglio – il racconto, in definitiva sarebbe un altro, così come la storia e la lingua che quella storia dovrebbe manifestare. Già, la lingua: il codice condiviso, la rappresentazione condivisibile di un mondo.
Mentre gli assistenti di volo iniziano le più elementari manovre di cabina, come quella di illustrare con gesti concordati e precisi le uscite di sicurezza (un atto linguistico, questo, che ripetono con quotidiana meccanicità), ci accorgiamo che la risposta della maggior parte dei destinatari di quel messaggio, di quel ‘meccanismo’ è una generalizzata distrazione, il non ascolto, l’assuefatta delegazione di ogni responsabilità: come dire, ‘voglio solo arrivare, il resto sono affari vostri’. Uscendo fuor di metafora, ci sembra che la situazione odierna di chi, come noi, si occupa quotidianamente di letteratura e, tra i suoi linguaggi e forme (si spera mai così ‘automatici’), di critica letteraria, sia quella sempre più reiterata di attraversare uno spazio spesso delegittimato, reso incapace di destare attenzione, risposte, contraddittori e controlinguaggi (nel senso vettoriale dell’andare incontro, del dibattere, con il carico polemico della propria diversità) da parte di tutti coloro che per convinzione, o per molto altro, di letteratura non si interessano e non sanno che farsene. In fondo (non così tanto poi) a cosa serve la letteratura?
Da qui, per questa rivista, la scelta di un nome come La Libellula e l’epigrafe fatta nostra dalla lingua contraddittoria e polemica di Amelia Rosselli, una poetessa che manca molto al panorama letterario italiano e internazionale; lei sì viaggiatrice ‘contraria’, nomade sempre in ascolto di molte costellazioni, ritmo vivente e in risonanza sul crinale di diverse culture e prosodie. Un omaggio dunque che intende evocare sia la misura e la vertigine del poemetto della Rosselli sia la forza conflittuale della sua lingua. Occorre però fare un passo indietro e annotare una dedica (mentre l’aereo ormai ha assestato la sua rotta e inghiotte velocemente distanze esorbitanti per chi sta – scomodamente – seduto al proprio posto).
Circa un anno fa, quando abbiamo iniziato a ragionare sul progetto di una nuova rivista di Italianistica, si è subito palesata una coincidenza cronologica per noi importante: la data di nascita del primo numero sarebbe coincisa con la chiusura di un anno – il 2009 – ricco di ricorrenze che, per rimanere alla cultura letteraria e politica del Novecento italiano, appaiono davvero significative (ma se volessimo per un attimo inclinare al pop dovremmo ricordare senza confini di sorta anche i quarant’anni trascorsi dal Rooftop Concert…): innanzitutto il centenario della nascita del Manifesto del Futurismo che tanto ha inciso e ‘riscritto’ in termini di poetiche, linguaggi, contaminazioni per la poesia a venire e per la letteratura italiana tutta; nonché la nascita di uno dei massimi pensatori e filosofi della politica del Novecento italiano, Norberto Bobbio, tanto rimosso e dimenticato quanto più necessari oggi, nel clima politico-culturale italiano, la sua lezione di filosofia del diritto e i suoi contributi alla riflessione su una politica culturale in Italia, siano o meno condivisibili il suo pensiero e le proposte scaturite.
A queste due ‘nascite’ si somma la scomparsa di due straordinari scrittori tra loro così diversi eppure fortemente (nel significato che all’aggettivo ‘forte’ dava Foscolo) provocatori quali Antonio Porta e Leonardo Sciascia, di cui, per entrambi, ricorre appunto quest’anno il ventennale della morte. Si tratta di poeti, di scrittori, di intellettuali vissuti in tempi in cui la definizione scientifica di categorie filosofiche e letterarie che li denominassero non solo era plausibile ma ‘significava’ in termini di ‘funzione’ precisamente ancora qualcosa. Tutti loro, da diverse angolature, con lingua, premesse e spesso direzioni divergenti, hanno potuto intendere e vivere empiricamente la letteratura, il loro ‘fare’ letteratura (al di là delle distinzioni di genere) come discorso politico, intervento attivo e responsabile nella riflessione e comprensione del mondo. Per raggiungere, rappresentare, contraddire e magari provare a rendere la realtà tanto più somigliante all’idea migliore che di essa si erano fatti.
Dunque, come una dedica, il primo numero della Libellula ha assunto e propone il tema ‘letteratura come politica’, con l’intento di provare ad indagare la validità di una formula come questa in una contemporaneità sociale, letteraria e appunto politica (in una sola parola: culturale) in un’Italia così tanto mutata. E se l’Italianistica è il campo di indagine prescelto, ciò non impedisce lo sconfinamento, la volontà di oltrepassare quei bordi oltre i quali è permessa l’interazione con campi e discipline di volta in volta differenti. La stessa redazione internazionale della Libellula è composta da studiosi che osservano l’oggetto d’indagine da punti geografici i più diversi, e che per formazione, scelte di metodo e storia personale contribuiscono con la loro peculiarità a rendere possibile e sempre vigile il dialogo con le differenze.
Così, nelle intenzioni, La Libellula vuole prestare attenzione sia agli aspetti creativi (narrativa, poesia, saggistica, traduzione) che a quelli critici e teorici della letteratura italiana, a partire dal secondo Novecento fino ad oggi, per quella necessità avvertita di apportare (per quel che ci compete, vale a dire proprio dal versante della critica e della teoria letterarie) un contributo di ‘cittadinanza’ all’esterno, verso spazi espressivi sempre più fagocitati dal ‘rumore’ che impone l’incessante produzione ideologica d’immagini della comunicazione globale: al servizio, questa, di pochi e spesso non del tutto ignoti. E pensiamo che la ‘rete’ sia il ‘nonluogo’ più adatto per farlo, sperando poi ci raggiunga da qualche parte una risposta. La rivista, allora, si pone come spazio da attraversare e dove (si auspica) piacevolmente sostare, territorio di riflessione in un panorama in cui la divulgazione acritica soprattutto televisiva della ‘conoscenza’ sembra essere diventata il compito primario di troppi ‘esperti di comunicazione’, nonché di organi di informazione da cui essi difficilmente si distinguono. L’orizzonte, insomma, è quello che è.
Se Gramsci insegna che l’intellettuale si definisce in base al sistema di rapporti in cui egli si colloca, l’intellettuale (quale, ancora, il senso storico-politico di questa parola in Italia, la sua attualità?) oggi non riesce ad organizzarsi intorno ad un compito – auspicato dallo stesso Gramsci – diverso da quello agitato dalla retorica dei mass media. La Libellula rivendica pertanto la prerogativa del dubbio, della valutazione, dell’analisi di fenomeni di causa ed effetto socio-letterari in una prospettiva rispettosa davvero delle pluralità. Le pagine della rivista provano dunque ad esplorare il territorio e le ragioni della contemporaneità, ma proprio questa contemporaneità esse intendono storicizzare nel tentativo di rallentare e ridiscutere il dilagante dominio del senso del presente che permette, è evidente, la revisione utilitaristica di un passato continuamente manipolato e detenuto in ‘ostaggio’.
Si tratta, principalmente, di appropriarsi (o riappropriarsi) di un linguaggio critico che contraddica ed entri in conflitto con i cliché consumati e le finte argomentazioni continuamente riproposte della società-spettacolo; fare emergere le sfasature, le incongruenze, la menzogna latente al sistema di comunicazione mediatica così come all’eloquio del singolo. Ma, per rimanere alla letteratura, compito del critico sarebbe quello di confrontarsi con quello che Lavagetto chiama «dispositivo di controllo». Occorrerebbe dunque porsi in polemica radicale con le strategie adottate dal testo (qualsiasi ‘testo’) e da esso fare emergere la sua realtà, il trauma storico inscindibile; e, per dirla con le parole di Muzzioli, «far compiere al posizionamento della lettura questo salto dirompente, collegando il fare specifico al fare generale»: sempre e comunque esponendo procedure e analisi verificabili; posizionando insomma la propria retorica entro un campo di forze dal quale esca legittimata in tutta la sua intenzionalità.
Da qui in poi sarà possibile narrare e giudicare. D’altronde, a questo proposito, la lezione di Edward W. Said su umanesimo e critica democratica è chiara: «la critica è sempre alla ricerca, incessante e auto-chiarificatrice, della libertà, di una maggiore capacità di comprensione, di un potenziamento della capacità di agire». Perciò al linguaggio critico precede una riflessione lenta e davvero ‘informata’ della sedimentazione dei conflitti in gioco, una pratica educata alla molteplicità di mondi e a ridiscuterli. Insomma, rispetto alle idee e ai valori in circolazione, dovrebbero appartenerci una strategia paziente di apertura e una tecnica di disturbo; capaci di sommuovere e distinguere l’infinitamente piccolo in spazi angusti, come di scoperte nuove nell’infinitamente grande: per individuare, dissotterrare e infine nominare una parola che sia la ‘differenza’.
La struttura del sommario della rivista, in cui i diversi saggi si organizzano in un rapporto dialogico tra loro, è stata pensata come proposta di narrazione in alternativa agli spazi pseudocomunicativi e molto spesso autoreferenziali che l’oggetto blog e il soggetto internauta oggi ‘vetrinizzano’ in una multimedialità esibizionista che consente e auspica la creazione continua, e quanto più vasta, di pubblico ma non di interlocutori. Questo primo numero si apre proprio con un articolo di Francesco Muzzioli che possiamo dire ‘programmatico’ e si chiude, a cerchio, con la denuncia provocatoria di Salvo Torre. All’interno, tra questi due estremi, si rincorrono richiami e intersecazioni che conferiscono fluidità ad un percorso che coinvolge, tra gli altri, l’opera di Fortini, di Pagliarani, la neo-avanguardia e la stessa lezione futurista, per seguire poi una proposta di «poesia per il presente», ma anche il New Italian Epic, una controcritica della scrittura femminile, così come la narrazione storica di Attanasio; e ancora: il poliziesco, Flaiano, il confronto tra miti personali e l’attualità storica per Pasolini e Morante, nonché la scrittura teatrale e di ‘classe’ di Celestini da una parte, quella «creaturale» e autodidatta di Rabito dall’altra.
Coordinate spaziali e temporali, quelle della Libellula n. 1, tra loro diseguali e centrifughe che però non perdono mai di vista, così ci pare, l’etica della scrittura, il richiamo ad un ‘impegno’ della parola letteraria. A questo proposito, uno spazio a parte si è voluto dare alla riflessione traduttologica nella rubrica Diario del traduttore che si concentra suggestivamente sulla policromia di Finnegans Wake. Così come le sezioni La Libellula Poesia e La Libellula Traduzioni propongono – tra passato e presente – la poesia inedita Se il sole si rompe di Alda Merini e la ripubblicazione (seguita da un’inedita traduzione in inglese) del saggio Letteratura e potere di Vincenzo Consolo: scritto elegante e conciso sull’etica e la solitudine dell’intellettuale. A queste due si aggiungono le voci (note e meno note) di tre poeti italiani (Stefania Licciardello, Vincenzo Frungillo, Marco Giovenale) e la ‘geografia nomade’ di Kapka Kassabova, per la prima volta in traduzione italiana.
E proprio tra geografia e dimensione temporale La Libellula vuole fin da subito rilanciarsi (mentre, per contrasto, l’aereo è ormai atterrato e scivola lento sulla pista in fase di rullaggio) invitando tutti i suoi interlocutori futuri a scrivere per il prossimo numero (dicembre 2010) sul tema formulato da Barnaba Maj: ‘Lo spazio come tempo narrato e narrante: geografia e dimensione storica in letteratura’.
Ma intanto, le porte si aprono. Eccoci: si scende. Tutti a terra. Si riparte.
